La Tavola della Pace del Friuli Venezia Giulia ha indirizzato al Commissario del Governo una lettera avente per oggetto la richiesta di rinnovo dei piani d’emergenza, risalenti al 2007, in caso d’incidente nucleare militare nel porto giuliano. Quest’ultimo è infatti tra i 12 scali messi a disposizione dal governo italiano per il transito e la sosta di navi e sommergibili da guerra a propulsione nucleare di flotte alleate, dai quali in caso d’incidente potrebbero fuoriuscire materiali radioattivi: adesso l’organizzazione chiede il rinnovo dei piani d’emergenza anche alla luce della mutata situazione internazionale. Sempre in Fvg si trova la base americana di Aviano, cioè uno dei due siti sul suolo nazionale, assieme a Ghedi, dove si ritiene siano presenti armi nucleari (la loro esatta collocazione non è pubblica). Ciò permette di allargare il discorso al più generale ruolo dell’Italia nel movimento internazionale per il disarmo: nel 2017, 122 Paesi delle Nazioni Unite hanno approvato il nuovo Trattato Onu di Proibizione delle Armi Nucleari (Tpan) entrato in vigore il 21 gennaio 2021: l’Italia non lo supporta, in osservanza degli impegni presi nell’ambito dell’Alleanza atlantica.

Riceviamo e di seguito pubblichiamo il testo della lettera.

Trieste, 18 ottobre 2022

Al Commissario del Governo in Trieste, prefetto Annunziato Vardè

OGGETTO: Richiesta di rinnovo dei Piani d’Emergenza in caso d’incidente nucleare militare al porto di Trieste

Egregio Signor Commissario,

Il recente terremoto con epicentro a 27 km dal sito nucleare di Aviano ci ha indotto il 26 settembre, 50° anniversario del giorno in cui il colonnello Petrov salvò il mondo dall’Olocausto nucleare, a presentare al Prefetto di Pordenone assieme al CLN regionale e pordenonese, una richiesta di rilascio dei Piani d’emergenza in caso d’incidente alla Base nucleare di Aviano; in presenza di un rischio che la guerra in Ucraina e le tensioni nei Balcani rendono incombente.

Decisione suffragata dalla cronaca recente disponibile sulla crisi di Cuba 1962, che coinvolse pesantemente l’Italia con la rimozione dei missili nucleari americani distribuiti tra Puglia e Basilicata e puntati sull’Unione Sovietica; alcuni dei quali erano stati danneggiati anche dai fulmini, con forte rischio d’esplosione.

Nota, da fonti governative e giornalistiche, è l’ormai prossima sostituzione delle bombe nucleari B61 “a caduta” dislocate ad Aviano con le B61-12, dotate di supporto missilistico, atte a penetrare nel terreno e la cui potenza può assumere valori diversi su uno spettro 50 volte minore o maggiore dell’ordigno dell’Olocausto a Hiroshima.

Una bomba nucleare “tattica” il cui uso è adatto al campo di battaglia (il nostro?) e “strategica”, per una potenza intermedia o massima; la B61-12 rompe il tabù esistente, cancellando la differenza tra bombe nucleari e convenzionali, e dà il via libera all’escalazione verso l’uso di ordigni sempre più potenti.

Fatto che aumenta la possibilità, già alta per la Base di Aviano, di divenire bersaglio militare e nucleare di forze ostili. Uno studio diffuso nel 2014 a Vienna durante la Conferenza Onu sull’impatto umanitario delle armi nucleari, indicò una ricaduta radioattiva estesa fino alla Polonia in caso di esplosione nucleare ad Aviano con venti prevalenti da sud.

Considerata la guerra in corso, è palese quindi la preoccupazione per il pericolo esistente, tenuto conto dello stato di pre belligeranza di Unione Europea ed Italia verso Federazione Russa e suoi alleati.

Sempre in Friuli Venezia Giulia, la città di Trieste è nell’elenco dei porti messi a disposizione dal Governo italiano per il transito e la sosta di navi e sommergibili da guerra a propulsione nucleare di flotte “alleate”, che potrebbero detenere ordigni nucleari a bordo.

Importante è ricordare che il 15 novembre 2002 un sottomarino nucleare americano si scontrò con una nave gasiera, per fortuna vuota al largo del rigassificatore di Barcellona. E nel 1975 nello Ionio, l’incrociatore Belknap con testate missilistiche nucleari a bordo entrò in collisione con la portaerei Kennedy e prese fuoco.

Dopo ripetute richieste avanzate dalla Tavola della pace del Friuli Venezia Giulia, da Associazioni ambientaliste e Sindacati, nel 2007 la Prefettura di Trieste emise un Piano d’emergenza in caso d’incidente nucleare militare in porto, come imposto dalla Legge e dalle Direttive europee.

Piano che Le chiediamo di rivedere e attualizzare, alla luce delle nuove norme in argomento contenute nella Direttiva Euratom 2013/59, recepita dal Parlamento italiano con Decreto Legge del 31 luglio 2020 n.101, per quanto previsto all’art.185 “Piano di emergenza esterna per le aree portuali”. O di divulgare, nel caso il Piano stesso o alcune delle sue parti siano state già rinnovate.

L’Italia aderisce al Trattato di non proliferazione nucleare ma non è dato sapere se armi di distruzione di massa, la cui presenza è vincolata dal segreto siano presenti sulle navi ospiti; inoltre i reattori nucleari militari non sono sottoposti alle norme di sicurezza previste per gli impianti civili, fatto anacronistico in un Paese espressosi due volte contro il nucleare per via Referendaria.

La Provincia di Trieste è stata il primo degli Enti locali a chiedere negli anni scorsi la derubricazione di Trieste dall’elenco dei Porti nucleari, seguita dai Comuni di Sgonico/Zgonik, Muggia/Milje e Monrupino/Repentabor, i quali assieme a S.Dorligo della Valle/Dolina, Duino-Aurisina/Devin-Nabrezina e Trieste, hanno aderito alla 2020 Vision per un mondo libero da armi nucleari, promossa dal Sindaco di Hiroshima.

Il porto Sloveno di Capodistria insiste sul Golfo di Trieste, e dopo l’adesione della vicina Repubblica alla Nato è divenuto scalo di naviglio militare nucleare. Una norma del codice marittimo sloveno che l’avrebbe potuto impedire è stata appositamente rimossa.

Stanchi per lo stallo ultra decennale nel processo di disarmo previsto dal Trattato di non proliferazione nucleare, nel 2017 122 Paesi delle Nazioni Unite hanno approvato il nuovo “Trattato ONU di Proibizione delle Armi Nucleari” (TPAN) entrato in vigore il 21 gennaio 2021 e ratificato ad oggi da 68 Stati, tra i quali il Vaticano l’Austria e San Marino.

Italia e Slovenia condividono con la Croazia il Golfo di Trieste, fanno parte dell’Alleanza Atlantica e si oppongono al TPAN in quanto inserite nei programmi nucleari militari della NATO.

La novità nel Diritto internazionale imposta dal TPAN (cui l’Italia non aderisce per gli asseriti obblighi derivanti dall’Alleanza atlantica) ci ha permesso di depositare, alla Conferenza Onu istitutiva dello stesso la proposta di denuclearizzare il Golfo voi porti di Trieste e Koper-Capodistria, fondata anche sul Trattato di Pace con l’Italia del 1947 che sancisce la Smilitarizzazione e Neutralità di questo Territorio; del quale Lei signor Commissario è Garante per la parte Italiana.

In contrasto col Trattato di Pace, il Golfo di Trieste ospita due porti nucleari militari di transito, Trieste e Koper-Capodistria. La presenza dei due centri urbani rende virtualmente impossibile prevenire con efficacia gli incidenti, rispetto alla propulsione nucleare delle navi, alla presenza di armi di distruzione di massa, alla possibilità di divenire bersaglio militare e nucleare. Basti ricordare l’attentato all’Oleodotto Siot del 1972.

Inoltre il segreto imposto “per motivi di sicurezza” su notizie necessarie a una puntuale informazione, impedisce la corretta valutazione dei pericoli, costringe le istituzioni a omettere importanti conoscenze e nasconde alla popolazione le situazioni di pericolo.

Pertanto pur in presenza di queste problematiche concrete, Le si chiede qualora non l’abbia fatto di promuovere la redazione urgente di nuovi Piani di emergenza nucleare militare per il Porto di Trieste, nonché di informare di concerto con gli Enti Locali e l’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e Radioprotezione (ISIN), la popolazione sui rischi inerenti la presenza di naviglio nucleare in porto, e le relative misure di protezione da adottare in caso di incidente attentato o atto bellico deliberato, che si dovesse verificare.

Riguardo alla stesura del piano di emergenza, ci permettiamo di avanzare alcune proposte suggeriteci da esperti:

Esso dovrebbe essere frutto di valutazioni ed elaborazioni, di esclusiva competenza delle autorità italiane, con carattere vincolante per le navi ospiti. La nuova normativa concede spazi in proposito, anche per il ruolo dell’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione, ed è importante che il Documento tecnico previsto, redatto dal Ministero della difesa, tenga conto e faccia riferimento alle procedure di emergenza della nave ospitata in rada. Si tratta di documenti militari che sia pure emendati in alcune parti, devono essere messi a conoscenza delle autorità italiane al fine di integrare le misure previste nel piano di emergenza. Non si può predisporre un attendibile “Piano di emergenza esterna per le aree portuali “senza conoscere cosa il comandante della nave è tenuto a fare in caso di incidente.

Circa l’allontanamento della nave, un solo rimorchiatore non è sufficiente a spostare un’imbarcazione di grandi dimensioni, e dati i rischi per la popolazione non sembra opportuno sottilizzare su chi gravino le responsabilità. Fermo restando che dev’essere garantita la presenza di una nave appoggio della marina ospitata, è importante che per il periodo di sosta in rada della nave a propulsione nucleare siano messi a disposizione dalle autorità italiane almeno due rimorchiatori di supporto.

Altra richiesta che rivolgiamo a Lei all’ISIN e all’Autorità Portuale, è che da subito si predisponga un monitoraggio periodico del livello di radiazioni al suolo per una profondità di alcuni Km e un equivalente monitoraggio radiale delle acque marine, per una distanza di 30 Km dal porto di Trieste. Allo scopo di fissare il valore di fondo, rispetto al quale si registreranno variazioni di radioattività in presenza di naviglio a propulsione nucleare; e di poter valutare se ci siano o meno rilasci radioattivi da parte di queste navi anche in condizioni non incidentali. Questo tracciamento dev’essere relazionato allo stato delle correnti nel golfo di Trieste.

Da articoli di stampa, ci sembra che qualcosa sia stato messo in opera.

Tra le misure cautelative si può senz’altro prevedere che tutto il materiale (organico e non) proveniente dalla nave a propulsione nucleare, sia trasportato a terra da bettoline in appositi e separati contenitori, e non avviato a discarica prima di un accurato controllo radiometrico.

Infine egregio Commissario Vardè, ci pregiamo recapitarLe questa lettera nella significativa ricorrenza della brutale repressione che gli organi di sicurezza attuarono nei confronti di migliaia di pacifici dimostranti, il 18 ottobre 2021 davanti al Varco 4 del Porto, col forte auspicio che atti simili di violenza non abbiano mai più a verificarsi.

Per la Tavola della Pace del Friuli Venezia Giulia

Alessandro Capuzzo

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