L’Ungheria lo dice chiaro e forte: non intende appoggiare il maxi prestito che l’Unione Europea vuole concedere all’Ucraina. Si tratta di 1,5 miliardi al mese per tutto il 2023; in totale, 18 miliardi. Budapest ha effettivamente il potere di impedire, anche da sola, lo stanziamento.

Forse l’Ungheria, sbandierando ai quattro venti questa sua posizione, vuole (anche) ricattare l’UE: il via libera ai soldi per l’Ucraina in cambio dell’esborso dei corposissimi fondi UE destinati all’Ungheria ma congelati perché secondo Bruxelles l’assetto istituzionale ungherese non rispecchia i cosiddetti valori europei, a cominciare dallo stato di diritto.  Sta di fatto che l’appoggio dell’Unione Europea all’Ucraina nella guerra contro la Russia è ormai granitico solo nella facciata e che il maxi prestito non è l’unica faglia aperta all’interno dell’UE.

Nell’ipotesi della Commissione Europea, i 18 miliardi per l’Ucraina contribuiranno alle funzioni statali essenziali (l’Ucraina è ormai in bancarotta), assicureranno la stabilità macroeconomica e il recupero delle infrastrutture cruciali, distrutte dai bombardamenti russi.

I 18 miliardi, secondo la proposta della Commissione Europea, saranno da restituire in 35 anni. L’Ucraina non dovrà pagare gli interessi: al suo posto, se ne faranno carico gli Stati UE.

Il maxi prestito deve essere approvato sia dal Parlamento europeo sia dal Consiglio UE, che è espressione dei Governi degli Stati membri. Il Parlamento europeo non dovrebbe prevedibilmente sollevare questioni, dato che per la grande maggioranza avversa visceralmente la Russia e appoggia l’Ucraina. Nel Consiglio UE invece i problemi potrebbero esserci eccome: il voto contrario di un solo Stato impedirebbe di dare anche un solo centesimo all’Ucraina. L’Ungheria non dirà mai sì al maxi prestito, ha annunciato il ministro delle Finanze.

“Non dire sì” al maxi prestito non significa necessariamente votare no. Solo il voto contrario dell’Ungheria (e non la sua astensione) impedirebbe all’UE di prestare i soldi all’Ucraina.

Significativamente il ministro ungherese delle Finanze, mentre annunciava che l’Ungheria non appoggerà il maxi prestito all’Ucraina,  ha fatto cenno alle cattive esperienze di Budapest coi prestiti UE per la ripresa economica post Covid. Anche questi fondi, infatti, rientrano fra quelli congelati. Il ministro propone uno scambio? Manda un messaggio tipo: prima dateci i nostri soldi, e poi date pure i soldi all’Ucraina?

Se anche è così, poco cambia rispetto alle fratture che stanno aprendosi nell’Unione Europea a proposito dell’Ucraina, e non solo a questo proposito.

Per quanto riguarda la guerra, l’Ungheria non è più l’unico Stato membro contrario alle sanzioni alla Russia: ultimamente lo è diventata anche l’Austria. Inoltre il Belgio non ha appoggiato l’ultimo pacchetto di sanzioni.

E poi c’è l’altra linea di faglia. Il congelamento dei fondi europei è avviato anche per la Polonia, accusata (come l’Ungheria) di non rispettare lo stato di diritto. Polonia e Ungheria sono, nell’ordine, i due maggiori beneficiari netti del bilancio europeo. Incassano valanghe di soldi, al contrario di Germania, Francia, Italia eccetera, che i soldi invece li stanziano. Se Polonia ed Ungheria perdessero i quattrini, quale motivo avrebbero per rimanere nel blocco, o almeno per evitare di mettere perennemente i bastoni fra le ruote?

GIULIA BURGAZZI

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