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Notizie4 Ottobre 2021

La Cina chiude le fabbriche e il commercio marittimo si inceppa

Visione TVDi Visione TV·8822 contenuti pubblicati
L'autore analizza la chiusura delle fabbriche in Cina, evidenziando l'impatto sui costi di spedizione marittima. Si discute anche delle conseguenze economiche globali e della scarsità di materie prime.
Punti chiave
  • Crollo dei costi di spedizione marittima dalla Cina agli Stati Uniti.
  • La Cina sta chiudendo le fabbriche, riducendo l'offerta di merci.
  • Aumento dei costi del carbone e dell'energia in Cina.
  • Rincari delle merci come fertilizzanti e componenti per Tesla e Apple.
  • Implicazioni economiche significative per l'Occidente e l'Italia.
L'articolo

Sembra una buona notizia: invece probabilmente è un pessimo segno. Nel fine settimana sono improvvisamente crollati i costi per spedire via mare le merci dalla Cina agli Stati Uniti: quasi dimezzati nel giro di poche ore, anche se le cifre sono comunque cinque o sei volte superiori a quelle pre-Covid.

Il traffico marittimo inceppato, i suoi costi stratosferici, le navi portacontainer in coda davanti ai porti come a un casello autostradale a Ferragosto sono stati una delle cause alla base dei rincari delle materie prime, diventate scarse e introvabili. E dunque questo calo improvviso sembrerebbe una gran bella cosa.

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Ma il punto dolente è il motivo principale per il quale i costi del trasporti merci si sono afflosciati – chissà se il trend continuerà – alla velocità con cui “si siede” un soufflé tirato fuori dal forno troppo presto. Questo motivo, secondo gli analisti, risiede nel fatto che la Cina sta chiudendo le fabbriche. E la Cina è la fabbrica del mondo. Ovvero, far viaggiare la merce costa meno perché c’è meno merce da far viaggiare.

Ufficialmente, in diverse province cinesi le attività produttive sono rallentate e intere città sono rimaste al buio per l’aumento dei costi del carbone (in Cina è la principale fonte utilizzata per produrre energia elettrica) e per il desiderio di limitare le emissioni. Il Governo cinese ha reagito ordinando di comprare combustibili per generare energia – carbone compreso – a qualsiasi prezzo. E questo causa l’aumento del prezzo del carbone, del gas e del petrolio, con conseguenti difficoltà per il resto del mondo e soprattutto per l’Europa dove il prezzo del gas già da mesi sta aumentando più che altrove.

Ma soprattutto, il rallentamento delle fabbriche cinesi causa la scarsità e il rincaro delle merci la cui produzione avviene in Cina. Bloccata l’esportazione dei fertilizzanti fosfati, ferme alcune fabbriche che riforniscono Tesla e Apple, tagliata la produzione dell’umile magnesio – indispensabile però all’industria automobilistica e aerospaziale – che in un solo giorno, la settimana scorsa, in Europa è rincarato dell’80%.

Sono solo esempi. Al momento, le ripercussioni sistemiche della grana cinese sull’economia dell’Occidente e dell’Italia si possono semmai intuire: non tratteggiare. I grandi media italiani sono troppo impegnati a parlare di ripresa e non hanno molto tempo per indagare.

DON QUIJOTE

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