Kazakistan: se è una rivoluzione colorata, per l’Europa si mette male

Kazakistan

I tumulti di piazza e le dimissioni del Governo in Kazakistan riguardano molto, molto da vicino l’Europa. Russia e Kazakistan hanno stretti legami, commerciali e non solo. Se è in corso un’operazione per insediare un regime ostile alla Russia, per Putin si apre un nuovo fronte dopo quello in Ucraina. Guardacaso, avviene pochi giorni dopo l’ultimatum (perché altro non è) che la Russia ha dato agli Stati Uniti per l’Ucraina, e pochi giorni prima dell’inizio dei colloqui in proposito fra Russia e USA.

E’ in corso un grande risiko ai contini orientali dell’Europa. Con l’ultimatum, Putin ha detto in sostanza a Biden: state attenti, perché se se portate i vostri missili ai nostri confini, in Polonia o in Ucraina, noi la prendiamo davvero male.

Ma Biden, forse, ha già preso male l’ultimatum russo in sé.  I media occidentali non tratteggiano ciò che sta accadendo in Kazakistan come una “rivoluzione colorata”  orchestrata dagli Stati Uniti per rovesciare il regime locale e trasformare uno Stato in un proprio vassallo. I media russi, però, a quanto pare sì. Lo si deduce chiaramente da un tweet di un giornalista della BBC.

Le proteste sono scoppiate in Kazakistan per il rincaro del gas liquefatto, usato come carburante delle auto. Il prezzo di vendita era troppo basso rispetto ai costi di produzione e il Governo lo ha aumentato.

Il Kazakistan è uno Stato ex sovietico che ha mantenuto una forma di controllo pubblico sul prezzo del gas. Ospita una minoranza linguistica russa che, seppur diminuita negli ultimi tempi, conta oltre il 20% della popolazione. Come molti Stati ex sovietici, ha stretti legami commerciali con la Russia, che risulta il suo primo partner. O meglio, il secondo in base alle statistiche della Banca Mondiale, che però mette al primo posto un gran gruppo di Paesi: l’intera Europa più l’Asia centrale.

Ovvio che la Russia si interessi di ciò che accade in Kazakistan. Ovvio che non possa permettere l’instaurazione di un regime ostile. Per il momento, dal punto di vista ufficiale si limita a tenere d’occhio la situazione e a badare alle sorti della minoranza russa in Kazakistan. Ma bisogna vedere la piega che prenderanno gli eventi.

Il nome e le politiche del futuro primo ministro chiariranno se si tratta davvero di una rivoluzione colorata, come teme la Russia. In questo caso, si tratterebbe di una riedizione di quanto è avvenuto in Ucraina, che nel 2013-2014 (per semplificare) da filo russa è diventata russofoba. Di conseguenza la Russia si troverebbe con due ferite – non solo con una – aperte ai suoi confini. E non potrebbe fare altro che che reagire.

Con chi se la prenderebbe? Non manderebbe certo i suoi bombardieri a New York: un filino troppo lontano. Piuttosto il terreno di scontro sarebbe costituito da Bucarest, Berlino, Parigi, Roma…

L’Europa – e anzi l’UE –  nel peggiore degli scenari, sarebbe presa in mezzo ai due litiganti: vaso di coccio fra i vasi di ferro.  Sarebbe suo interesse impedire in ogni modo uno scenario di questo genere. Ma l’UE non è solo un vaso di coccio. E’ soprattutto un vassallo. Un vaso di coccio crepato.

GIULIA BURGAZZI

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