I grandi media piangono e dimagriscono sia in Italia sia nell’ombelico dell’Occidente che risponde al nome di Stati Uniti. Praticamente, è la caduta dei colossi che vorrebbero dare il “La” agli umori e al modo di pensare della gente a livello globale.

Innanzitutto, vanno malissimo i marchi che dagli USA allungano tentacoli in ogni Paese occidentale tipo Netflix e Disney. Perdono valore a rotta di collo in Borsa, come ha scritto ieri, venerdì 5 agosto, il Financial Times, notando anche le contemporanee scivolate di molte grandi testate d’informazione.

Ma bisogna aggiungere i dolori di alcuni colossi del web ligi all’attuale ordine costituito nonché, in Italia, le batoste delle blasonate testate d’informazione e dei principali canali televisivi. Gli italiani magari – oh, solo magari! – si sono stufati di una narrazione della realtà che rispecchia gli interessi dei grandi poteri economici e che è acritica rispetto ai politici che li assecondano. Il Draghistan, su tanti media, ha finito per sconfinare nell’Assurdistan. E ci si stupisce se  questi media vanno male?

Che i grandi quotidiani italiani perdano copie, edizioni digitali comprese, non è più una novità da un pezzo. Lo è però il fatto che la caduta continua e che per Repubblica somiglia sempre più ad un tracollo: -25% in un anno, secondo i dati più recenti. Inoltre Sole 24 Ore -15%; La Stampa – 12%; Corriere della Sera -5%.

Finiti i lockdown del 2020 e del 2021, anche le principali reti televisive generaliste italiane hanno ripreso a scivolare sul piano inclinato. E lo fanno ora ad una velocità di tutto rispetto. Il loro pubblico, in un anno, è diminuito del 10% nel prime time e dell’8,5% nel giorno medio, ma ancora più sono diminuiti gli spettatori dei  TG serali RAI (-16,2%) e La7 (-15,7%). Se la cavano meglio (si fa per dire…) i TG serali Mediaset: -7,3%.

Ma merita guardare con attenzione la situazione negli USA descritta dal Financial Times: le grandi società cui fanno capo i mass media, dice il quotidiano finanziario, hanno perso complessivamente nel corso di quest’anno il 35% del loro valore di mercato (l’indice S&P 500 ha perso contemporaneamente “solo” il 13%), per un ammontare complessivo di 338 miliardi di dollari. Insieme al New York Times, alla rete televisiva Fox e al News Corp (al quale fanno capo testate ed editori), hanno dimezzato le loro massime quotazioni, raggiunte durante la pandemia Covid.

Più di tutti è crollata in borsa Roku, una tv non ufficialmente presente in Italia. Ma al secondo e al terzo posto ci sono Netflix e Spotify, che in Italia si vedono eccome: nel 2022, rispettivamente, -62% e -49%. Meno di tre mesi fa, Netflix aveva perso “solo” il 40%: il crescente appiattimento sul politicamente corretto ha fatto il resto.

Il valore di Disney, che oltre alle tv ha anche i parchi dei divertimenti, in questo  2022 è sceso del 30%. Ha preferito abbracciare criteri LGBT invece che mantenersi fedele alle bacchette magiche e ai personaggi dei cartoni che hanno fatto per decenni la sua fortuna: e ne porta le conseguenze.

Infine, non toccati dall’analisi del Financial Times, i colossi del web che puntellano anch’essi i poteri costituiti occidentali e il modo di pensare ad essi consono.  La loro crescita è stata per lo più finora una marcia trionfale. Ma ora rallenta.

Per Alfabeth, cioè Google,  gli introiti aumentano meno del previsto: soprattutto cresce molto meno del previsto Youtube. Twitter registra una netta diminuzione dei guadagni: lo giustifica con gli strascichi del litigioso divorzio da Musk, ma forse farebbe meglio ad interrogarsi sul modo in cui applica la censura. Anche la macchina dei soldi chiamata Facebook si è inceppata: per la prima volta in 10 anni sono diminuiti gli utili, ma soprattutto sono diminuiti del 36% gli utili di Meta, la società alla quale fa capo.

GIULIA BURGAZZI

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