Negli anni della pandemia, durante i lockdown  soprattutto, abbiamo visto la nostra vita reale catapultata totalmente nel mondo digitale:  acquisti online, videolezioni, social e piattaforme di streaming che spadroneggiavano anche nel mondo dell’informazione, tutto sembrava avere ormai preso la via del digitale,  generando  profitti immensi per società come Meta(che detiene Facebook, Whatsapp, Instagram), Amazon o Netflix.

Sembra però che, adesso, le solide facciate delle Big Tech americane stiano cominciando a evidenziare crepe abbastanza profonde.

E’ di pochi giorni fa la notizia che il gigante dello streaming Netflix abbia preso, sul Nasdaq, una mazzata del 40% di perdite in borsa equivalente a circa 60 miliardi di dollari di capitalizzazione. 

A  provocare questo eccezionale tracollo sembrano avere influito fattori come la nuova politica intrapresa dal colosso che impedisce la condivisione dell’abbonamento con parenti o amici ma anche l’uscita dal mercato russo.

Ma non solo. L’offerta della piattaforma ha preso una piega troppo “liberal”, esasperatamente “liberal”, un “politically correct” che persevera  affinché ogni contenuto abbia una “quota afro-americana”, “latina”, “LGBT” e così via, fino a giungere ad un parossistico cast multiculturale che dovrebbe rappresentare  tutti, ma dal quale nessuno si sente rappresentato. Si tratta effettivamente di un reale impegno preso dal cinema hollywoodiano in tal senso, lo stesso cinema che fino a ieri  ci ha descritto con quale perizia e livore i “Cowboys” americani hanno sterminato i nativi americani.

Della medesima opinione sembra essere  il magnate canadese Elon Musk che ha definito “Netflix inguardabile”.

In un suo tweet sotto  l’annuncio delle perdite della piattaforma ha detto ““Il virus della mente sveglia sta rendendo Netflix inguardabile“- “The woke mind virus is making Netflix unwatchable”- insomma un eccesso di politicamente corretto ha reso i contenuti indigeribili.

Elon Musk e Twitter  sono tra l’altro, i due attori, di un’altra vicenda che ha coperto le prime pagine dei giornali di economia negli ultimi giorni, ovvero il suo tentativo di scalata azionaria alla piattaforma che “cinguetta”.

“Vorrei che Twitter diventasse un’arena inclusiva in cui fosse garantita la libertà di parola e per farlo vorrei diventasse privata, ritirandola dalle quotazioni in Borsa” ha dichiarato Musk dopo essere entrato nel CdA della società, superando anche Bezos per capitalizzazione. Acquisto fortemente osteggiato dai piani alti, tanto da correre ai ripari per rendere la scalata del patron di Tesla impossibile.

Anche Twitter, rimanendo in tema economico,  non  navigava certo in acque tranquille, come dicevamo prima, come altre Big del settore Tech: nemmeno un mese fa  infatti aveva presentato un bilancio con perdite consistenti .

Neppur rigoglioso è il giardino di Meta, la società di Zuckerberg che fa capo a  Facebook, Instagram, Whatsapp.

Sempre in merito ai risultati presentati a Febbraio si parla per Meta di “Perdita di capitalizzazione da record” dopo gli ultimi risultati finanziari. oltre 250 miliardi di dollari bruciati, con una perdita pari al 27 percento del capitale.

Anche in questo caso  ci si nasconde dietro un dito, dando la colpa alla politica orientata alla privacy adottata da Apple, che avrebbe tagliato le gambe al gigante di terracotta: come se un singolo dispositivo, se pur diffuso possa avere influito cosi tanto sull’affezione che le masse avevano per i social.

La verità è quella che Musk e  pochi altri hanno l’onestà di dire: questi colossi dalle gambe molli, che finora hanno fatto il bello e il cattivo tempo, che avevano camminato su un tappeto fatto di buonismi e globalismi politically correct si stanno vedendo franare il terreno da sotto i piedi.

Le “community”, per usare un termine a loro caro, non vogliono più uniformarsi al ricatto delle loro “policy” aziendali.

ANTONIO ALBANESE

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