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Mondo7 Novembre 2022

Piano Mariupol. Il New York Times ricostruisce un curioso patto segreto fra Trump e Putin sull’Ucraina, che Putin avrebbe scioccamente attuato dopo la caduta di Trump

Di ·642 contenuti pubblicati
Giulia Burgazzi analizza il 'Piano Mariupol', un presunto accordo segreto tra Trump e Putin sul destino dell'Ucraina. Si discute anche delle implicazioni storiche e politiche che hanno portato alla crisi attuale, evidenziando il ruolo degli Stati Uniti e dell'Unione Europea.
Punti chiave
  • Il 'Piano Mariupol' prevede la divisione dell'Ucraina in repubbliche autonome.
  • Putin avrebbe aiutato Trump a vincere le elezioni del 2016 tramite hacker.
  • L'articolo del New York Times manca di spiegazioni sul ritardo dell'attuazione del piano.
  • La crisi in Ucraina si è sviluppata durante la presidenza di Obama.
  • La guerra è scoppiata solo dopo l'elezione di Biden nel 2021.
L'articolo

Il cosiddetto “Piano Mariupol” è la ricostruzione di un patto segreto, che Trump e Putin avrebbero stretto nel 2016, pubblicata sul New York Times del 3 novembre 2022. Peccato che nell’articolo manchi un particolare.

Secondo il New York Times, Putin avrebbe sguinzagliato gli hacker russi per aiutare Trump a vincere le elezioni del 2016 e diventare così presidente degli Stati Uniti. In cambio, Putin si sarebbe assicurato l’acquiescenza di Tump allo smembramento dell’Ucraina: l’Est del Paese sarebbe diventato una repubblica autonoma e vicina alla Russia anche in termini politici, non solo dal punto di vista geografico, in base al “Piano Mariupol”.

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Il particolare che manca nell’articolo del New York Times è il seguente: perché diamine la Russia avrebbe aspettato fino al 2022 per dare sostanziale attuazione al “Piano Mariupol”? Perché, per prendersi l’Ucraina orientale, avrebbe atteso la sconfitta elettorale di Trump e l’ingresso alla Casa Bianca, nel gennaio 2021, di un nuovo inquilino: un inquilino oltretutto democratico, e non più repubblicano? Questo, il New York Times non lo spiega. Tuttavia il suo articolo sta facendo il giro del web.

Vero è che durante gli anni di Trump gli Stati Uniti non hanno badato granché a ciò che stava avvenendo in Ucraina: lo si legge anche tra le righe del New York Times. Ma a questo proposito esiste anche un altro aspetto della realtà, che il New York Times invece non analizza.

Gli ingredienti della crisi in Ucraina si sono tutti creati durante gli ultimi anni di presidenza del democratico Obama. Nel  2016, cioè nell’anno delle elezioni presidenziali vinte da Trump, il cocktail esplosivo era già perfettamente confezionato. Mancava solo la scintilla per farlo detonare.

Si svolsero nell’autunno 2013 (presidente Obama) i tumulti di Euromaidan che hanno rovesciato il presidente ucraino Viktor Janukovyč, considerato dai manifestanti non sufficientemente vicino all’Unione europea e alle sue politiche.

Victoria Nuland, l’allora vicesegretario di Stato americano per gli affari europei ed euro-asiatici, portava i biscotti ai manifestanti di Euromaidan. Di pochi mesi successiva è l’intercettazione della sua famosa telefonata con l’ambasciatore statunitense in Ucraina. I due parlarono della composizione del futuro governo ucraino.

In quell’occasione Victoria Nuland pronunciò la famosa frase “Fuck the Eu“, si fotta l’Unione europea, che effettivamente ben sintetizza anche l’attuale punto di vista statunitense sulla guerra in Ucraina. Chi porta il peso delle sanzioni contro la Russia? Sono un disastro per l’UE, ma non per gli Stati Uniti. Chi paga i conti dell’Ucraina? Ecco…

Al 2014 (sempre presidente Obama) risalgono altri fatti salienti: l’inizio della guerra civile nel Donbass allora dell’Ucraina; l’annessione della Crimea alla Russia; il primo round di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia. Benché lievi rispetto a quelle attuali, furono anch’esse dolorose per la nostra economia: in risposta la Russia bloccò alcune importazioni dall’Unione europea. Non un fatto di poco conto, per il made in Italy agroalimentare.

Poco dopo, l’Unione europea ha approvato l’accordo di associazione con l’Ucraina, la Georgia e la Moldova: quello che in Ucraina chiedevano i manifestanti di Euromaidan.

Si è trattato di un passaggio fondamentale per portare l’Ue verso la rotta di collisione con la Russia, dal momento che l’Ucraina, la Georgia e la Moldova “incorporano” un conflitto più o meno latente con la Russia.

In Moldova e in Georgia ci sono, rispettivamente, la Transnistria e l’Ossezia del Sud: repubbliche filo-russe, non riconosciute a livello internazionale, sulle quali i governi di Chisinau e Tblisi reclamano una sovranità che di fatto non possono esercitare. A ciò si aggiungeva la guerra civile allora in corso nel Donbass dell’Ucraina.

Gli accordi di associazione costituiscono la premessa dell’ingresso nell’Ue di questi tre Stati. Ma del loro ingresso effettivo nell’Ue si parla solo ora, soltanto ora, ad anni di distanza.

Nel 2016 erano tutti pronti gli ingredienti della guerra in Ucraina. Tutti: compreso il “Fuck the UE” degli Stati Uniti e la svolta anti-russa delle politiche dell’Unione europea. Però questi ingredienti sono rimasti come congelati fino al 2021: la durata della parentesi trumpiana alla Casa Bianca.

Si può speculare sul fatto che la crisi sarebbe subito esplosa se, al posto di Trump, nel 2016 fosse diventata presidente Hillary Clinton. Sta di fatto che la guerra è scoppiata solo quando alla Casa Bianca è tornato un democratico, Biden.

GIULIA BURGAZZI

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