Partygate: ecco perché vogliono far fuori dalla politica Boris Johnson

Boris Johnson

Boris Johnson, il primo ministro inglese descritto come un buzzurro ma capace di citare a memoria un intero canto dell’Iliade in greco antico, è a rischio per il famoso party di Natale del 2020 nel quale non aveva rispettato quelle regole da lui stesso stabilite. Ci eravamo già occupati della questione ma le vicende galoppano.

Il premier britannico si è pubblicamente scusato per il famoso party natalizio, ma la stampa inglese non perdona. “Futuro sul filo del rasoio” titola il Guardian mentre il glorioso Times si dilunga nel descrivere la vita al numero 10 di Downing Street come farsa. Johnson si trova contro il suo stesso partito, che vuole costringerlo a lasciare.

Siamo in piena “charachter assassination” di un primo ministro che è stato da subito osteggiato, descritto come un imbecille nonostante i suoi studi sulla storia romana. Lo scandalo è evidentemente uno “scandalo a orologeria”, come lo fu il Watergate vicenda molto meno limpida di quel che la persona comune, indottrinata da Hollywood, possa pensare.

Certamente Boris Johnson non è stato l’unico potente a non tener conto delle regole: diciamo che è in buona compagnia ma quando si arriva agli intoccabili ecco che piovono fact checkers a dire che no, non è vero, e via discorrendo.

Perché Johnson dà fastidio? In primo luogo anche nel Regno Unito la sua opposizione all’Unione Sovietica Europea non è ben vista. La Brexit è una vittoria che brucia a molti, anche nel glorioso Regno Unito che sconfisse i tentativi egemonici europei di Napoleone e Hitler. L’europeismo è una religione al pari del covidismo.

E anche su questo secondo punto Johnson non piace ai padroni del vapore. I due anni di follia covidista sono stati un braccio di ferro tra Boris e i fautori delle misure più restrittive, con cedimenti ogni tanto da una parte e ogni tanto dall’altra. All’inizio della follia pandemica, in un discorso tra l’altro abilmente distorto dai giornalisti col solito giochetto di frasi estrapolate dal contesto, Johnson aveva accennato alla famosa “immunità di gregge” che oggi i virologi stanno cominciando finalmente a considerare come soluzione. Le riaperture inglesi sono sempre state condannate dalla stampa

Infine Boris Johnson è l’ultimo sopravvissuto del trumpismo. Sembra pure fisicamente un gemello di The Donald ed è anche per metà statunitense (come Churchill, tra l’altro). Questo non viene tollerato in una nazione che sta arrivando a perseguitare una sua gloria come J.K.Rowling per mezza frase. Gli scandali, bisogna imparare, sono sempre ad orologeria per far fuori leader scomodi che si sono scostati dalla narrazione dem.

Johnson cadrà? Probabile. Ma va anche detto che sarà un colpo di coda. Il duo Biden ed Harris è l’agonia del clintonismo-obamismo che sta cercando di defenestrare i suoi nemici, ma sta anche assistendo alla caduta di Fauci. Possono farne fuori uno con uno scandalo, ma sono le ultime zampate della bestia ferita.

ANDREA SARTORI

Andrea Sartori

Andrea Sartori (Vigevano, 20 febbraio 1977), diplomato presso il liceo classico "Benedetto Cairoli" di Vigevano, si laurea in Lettere Classiche presso l'Università degli Studi di Pavia con una tesi sull'Egitto greco-romano.

Giornalista pubblicista, insegna per qualche anno presso una scuola privata vigevanese prima di intraprendere la carriera giornalistica prima come corrispondente locale presso i giornali L'Informatore Lomellino, La Lomellina e La Provincia Pavese per poi trasferirsi a Mosca dove insegna la lingua italiana presso la scuola steineriana di Laryushino (Oblast' di Mosca) e collaborare con la facoltà di medicina dell'Università Statale di Mosca per la cura dell'opera di Galeno.

Continua a collaborare giornalisticamente col Giornale di Reggio per il quale recensisce alcune mostre a Mosca.

E' autore di due romanzi: Dionisie: la prima inchiesta di Timandro il Cane (IBUC edizioni 2016) e L'Oscura Fabbrica del Duomo (IBUC edizioni 2019), "Acheruntia" (Kraken edizioni, 2021) ed è stato finalista ai premi di poesia "Settembre a Milano" (1998) e "Val di Magra" (1999).

Parla tre lingue (inglese, francese e russo). Sposato, ha un figlio

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