No, non lo fanno per per alleggerire le nostre bollette. Vogliono solo mungerci altri soldi. E magari, con l’occasione, mandarne un po’ in Francia.

Politici e grandi media si spaccano i polmoni, in questi giorni, per dar fiato alle trombe delle centrali nucleari. Plaudono ad Emmanuel “petit Napoléon” Macron che col nucleare folgorerà, nientepopodimeno, il caro bollette. Scrivono che il nucleare “è un treno da non perdere”. Rispolverano i mitologici e presuntamente ecologici reattori di quarta generazione che piacciono al ministro Cingolani, dimenticando che semplicemente non esistono. Nessuno li ha ancora né progettati né tantomeno realizzati.

Il trappolone nucleare l’hanno preparato a Bruxelles, includendo ufficialmente e definitivamente il nucleare fra le fonti ecologiche verso le quali indirizzare gli investimenti pubblici, ovvero i quattrini estratti dalle nostre tasche. Il nucleare non è ecologico. Soprattutto, ha bisogno dei soldi – tanti soldi – dei contribuenti. E dunque, grazie alle decisioni dell’Unione Europea, il nucleare fa gola alla prenditoria: che è cosa ben diversa dall’imprenditoria.

Tuttavia in Italia non ci sono (im)prenditori in grado di costruire una centrale nucleare. Di conseguenza, il capofila non potrebbe che essere Areva, l’azienda francese controllata dallo Stato e specializzata nel nucleare alla quale petit Napoléon non manca mai di fare pubblicità.  Dietro Areva, si può immaginare una cordata di aziende italiane smaniose di conquistare la Legion d’Onore e desiderose di farsi scudo e forza grazie all’esperienza francese. Cosa mai potrebbe andar male?

Per loro, niente. Per noi, molto. Basta guardare le fallimentari vicende e l’immane necessità di soldi pubblici negli unici due reattori di terza generazione che dai primi anni Duemila sono in gestazione nella UE. Areva è coinvolta nella realizzazione di tutti e due. Si trovano in Finlandia e in Francia. Possiedono, o anzi possiederanno, le caratteristiche strutturali più aggiornate fra quelli disponibili. Hanno mangiato un enorme mucchio di quattrini. Non producono elettricità, né l’hanno mai fatto.

Il reattore finlandese è quello di Olkiluoto. L’entrata in funzione era attesa per il 2009, cioè 13 anni fa. Inizio di progettazione e cantiere si perdono ormai nella notte dei tempi. Doveva costare 3,2 miliardi di euro. Le ultime notizie sui costi effettivi risalgono al 2012: 8,5 miliardi di euro.

Dal 2012, Olkiluoto ha continuato ad ingoiare denaro per altri dieci anni. Sempre che a questo punto sia ancora sensato dar spazio alle previsioni, la produzione commerciale di energia elettrica inizierà estate. Così si dice, almeno, ma aggiungere un “forse” pare più che doveroso.

Flamanville, il reattore francese, è ancora più disgraziato e più indietro di cottura. Cantiere aperto nel 2007, entrata in funzione attesa per il 2012, costo previsto 3,4 miliardi di euro. Per conoscere le spese effettive già sostenute è stato necessario far ricorso alla Corte dei Conti, che in luglio ha emesso il verdetto: 19,1 miliardi di euro.

I 19,1 miliardi, ovviamente, rappresentano l’aggiornamento al luglio scorso. Ma la strada è ancora lunga. Nel 2023, si prevede, il combustibile nucleare verrà inserito nel reattore. L’operazione non indica l’imminente entrata in funzione. Ad Olkiluoto, ad esempio, è già stata effettuata circa un anno fa.

Il problema dietro agli elefantiaci costi e ai ritardi di Flamanville e Olkiluoto? Si può riassumere in una parola: la sicurezza. Se non vai tanto per il sottile, puoi anche costruire una centrale nucleare in cinque o sei anni e senza sforare il budget più di tanto. Altrimenti…

Altrimenti, vedetevi i prenditori nucleari nostrani. Già solo studiare la fattibilità di una cingolaniana e mitologica centrale nucleare di quarta generazione evoca uno scenario tipo ponte di Messina. Pareri, progetti, valutazioni, incartamenti per il ponte si stratificano da quarant’anni. L’opera non c’è e, dicono alcuni, non si può neanche realizzare. Spese comunque sostenute per 300 milioni. Rischio di dover pagare 700 milioni di penale. Ogni giorno se ne vanno 1500 euro. Soldi pubblici. Soldi nostri.

E poi, che la centrale sia di terza o fantasticamente di quarta e cingolaniana generazione, pensate a Flamanville, a Olkiluoto. Quattrini a palate per il cantiere, con la benedizione di Bruxelles e con strizzamento dei portafogli nostri. Anni che passano. Anni e anni: ad occhio e croce, considerando anche la progettazione, almeno un quarto di secolo. Le nostre bollette, nel frattempo, resterebbero comunque sempre lì, in attesa che un Macron nucleare effettui la tanto decantata folgorazione.

GIULIA BURGAZZI

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