Senza seno né utero da quando ha 15 anni: Susana Dominguez fa ricorso contro il sistema sanitario che le aveva diagnosticato una inesistente disforia di genere.

Si tratta di una giovane donna spagnola di 24 anni, scrive El mundo, che oggi si ritrova suo malgrado con pronunciati tratti maschili.

Nove anni fa il sistema sanitario del suo Paese ha dato il via libera a un intervento che l’ha resa permanentemente sterile.

LA DIAGNOSI DI DISFORIA DI GENERE

Susana all’epoca era un’adolescente come tante. Lamentava instabilità, ansia, depressione e infatti era in cura da uno psichiatra. La ragazza ricorda di aver un giorno accennato al medico la possibilità di sentirsi uomo. Immediatamente lo specialista, secondo la ricostruzione di Susana, si affrettò a diagnosticarle un caso di disforia di genere. Anzi, secondo la donna, il medico avrebbe affermato che tutti i disturbi da lei manifestati erano imputabili proprio a quello.

“Lo psicologo allora era come se mi spingesse verso la transizione di genere, come se i miei veri disturbi gli dessero fastidio”, confessa Susana. “Ero in difficoltà, sicuramente era un momento delicato ma i miei problemi non hanno mai avuto nulla a che vedere con la transessualità. Era un medico, doveva saperlo.”

Eppure Susana fu indirizzata all’Ospedale Maritimo de Oza, dove lo psicologo incaricato e specializzato in problematiche gender le fece avere immediatamente ormoni maschili.

“In realtà – dice la ragazza in maniera shock – è stato perché ha visto dei video su YouTube di persone che avevano cambiato sesso e dicevano che la loro salute mentale era migliorata”.

“SEI TU CHE MI HAI MANIPOLATO”

Dopo vari tentativi di suicidio e grave instabilità emotiva legata a una transizione che non le appartiene, tre anni fa Susana ha deciso di affrontare i fantasmi del passato. Susana tre anni fa è tornata a incontrare proprio lo psicologo e lo psichiatra che, a suo dire, la spinsero ad affidarsi al bisturi e alle terapie ormonali.

Ma è stata una doccia fredda. Così come l’avevano accolta con zelo anni prima, in seguito parimenti l’hanno scaricata, liquidandola con poche parole. “Eri così sicura, non potevo certo fermarti”, ha affermato lo psichiatra. “Sei tu che mi hai manipolato, io sapevo già che il cambio di sesso non sarebbe stata la soluzione”, ha sorprendentemente dichiarato lo psicologo.

Inutile dire come Susana si sia sentita dopo questo reality check. La ragazza voleva capire, desiderava entrare nella sua mente di adolescente attraverso le parole e i ricordi dei professionisti che aveva incontrato. E invece ne era uscita distrutta, assai peggio di prima. “Come hanno potuto farmi fare una cosa del genere senza esserne sicuri? Avevo solo 15 anni”, si chiede la ragazza che oggi invoca una maggior tutela per chi fa il suo stesso percorso.

Susana e sua madre hanno impiegato ben tre anni per riprendersi da quelle parole, ma poi hanno deciso di reagire con coraggio e forza.

IL RICORSO CONTRO IL SISTEMA SANITARIO DELLA GALIZIA IN SPAGNA

Oggi Susana non ha una soluzione che possa risolvere il suo trauma. Ogni cambiamento apportato al suo corpo è pressoché irreversibile. L’unica cosa che può dar sollievo alla sua anima è avere giustizia. La famiglia ha infatti deciso di denunciare il Servizio sanitario della Galizia che anni prima aveva preso in carico Susana. Le accuse presentate sono di diagnosi errata e mancanza di supporto psicologico durante la transizione.

Lo psicologo e lo psichiatra infatti sono state figure che Susana ha visto solo poche volte e soltanto prima che la transizione vera e propria iniziasse. Mai nessuno, sostiene la famiglia, ha verificato durante il percorso che le cose procedessero bene.

Molto probabilmente se qualcuno avesse monitorato la ragazza si sarebbe accorto che le cose non stavano andando come previsto.

La madre, per suo conto, dice di essersi fidata a quel tempo di specialisti che pensava ne sapessero più di lei. “Se sua figlia si sente un uomo è così, lo deve accettare, signora”, le aveva risposto uno degli specialisti. Molti hanno accusato la donna di non aver tutelato la figlia. “Mi hanno detto che dopo quella operazione mia figlia sarebbe stata meglio”, si difende la donna. “Mia figlia piangeva tutto il giorno, non sapevo cosa fare”.

Susana oggi non è più donna né uomo. Non possiede alcun apparato riproduttore e ha un aspetto maschile causato dall’assunzione di ormoni. L’unica terapia possibile nel suo caso, per quanto potrà servire, sarà assumere ormoni femminili. Non vi è alcuna certezza però che i tratti maschili si attenuino.

LA LEY TRANS IN SPAGNA

La denuncia di Susana è la prima del genere in Spagna e potrebbe divenire una causa giudiziaria nel caso in cui il sistema ritenga le accuse fondate. Susana non è però l’unica.

Vi sono molti casi di transessuali che si sono pentiti di aver fatto operazioni e trattamenti invasivi e spesso non reversibili in un’età così delicata con l’adolescenza. Troppo giovani, troppi giovani.

D’altra parte lo Stato, i medici e tutti i suoi operatori hanno l’obbligo di tutelare la salute dei pazienti e di non causare danno, proprio come la scienza ippocratica riconosce attraverso il principio primum non nocere.

Fa quanto meno amaramente sorridere il fatto che questa storia esca proprio all’indomani dell’approvazione della ley trans. Se da una parte Susana grida giustizia per la sua vita rubata e materialmente rovinata, dall’altra si sta cercando di far procedere ad ampi passi l’agenda gender anche nella cattolicissima Spagna. Giovani, sempre più giovani e indifesi, esposti a pura propaganda, mentre i genitori sono sempre meno coinvolti sia emotivamente che legalmente nelle scelte dei figli.

Ironia della sorte, adesso la ragazza, che al tempo aveva cambiato il suo nome in Sebastian, potrà almeno chiamarsi nuovamente Susana.

MARTINA GIUNTOLI

 

 

 

 

 

 

 

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