Il mondo ultra liberale non é affatto tutto pailettes e glamour patinato, per quanto si sforzino di farlo così apparire i dem americani che organizzano classi trans a scuola o party con esibizioni dal vivo per i più piccoli.

Gran parte di quel che sta dietro a questa macchina infatti si é dimostrato essere inconsistente o talmente fuori da qualsiasi logica che a qualcuno nella peggiore delle ipotesi ha persino causato dolore e disperazione. Magari non subito, ma nel tempo i danni di un’innaturale e controversa gestione dei valori sicuramente ha leso la stabilità di coloro che erano maggiormente a rischio.

Come sempre, i bambini.

Un cavallo di battaglia dei woke, tra aborto, matrimoni omosex e cancellazione della cultura é stato da sempre quello del transgenderismo dei minori, un modo per inglobare fin dalla tenera età i potenziali clienti della macchina woke.

Tuttavia, evidentemente quella terra felice (e tanto promessa) non é mai arrivata e se sono accorti persino alla mecca dell’ormone londinese, ovvero alla clinica di Tavistock & Portman, che chiuderà i battenti del reparto GIDS (Gender Identity Development System) già dalla prossima primavera, dopo che già la Svezia aveva fatto mea culpa, come ricorderete.

Ci sono voluti ben tre anni di battaglie all’ultimo sangue, dimissioni di medici e dichiarazioni disperate di procedure fuori da ogni schema deontologico, per ammettere, dopo 9000 casi di bambini trattati, che il tutto ha rappresentato nient’altro che un enorme esperimento di massa condotto su giovani, a volte giovanissime vittime, senza il loro consapevole consenso.

Come in una catena di montaggio pronta a sfornare transgender su richiesta, a Tavistock i molti medici che si sono opposti nel tempo a quanto avveniva, raccontano di un servizio di follow up psicologico assolutamente inesistente, ma quel che é più grave di una diagnosi ultra affrettata, si parla addirittura di anamnesi a volte durate appena tre ore.

Spesso si somministravano bloccanti della pubertà a bambini bollati come pazienti affetti da disforia di genere dopo che erano stati alla clinica appena un paio di volte. E, a quanto si rileva dalle testimonianze, spesso e volentieri erano più i genitori a mostrare il desiderio che i loro bambini venissero messi sotto la lente d’ingrandimento della clinica e consegnati alle mani della nuova scienza liberale che li liberasse una volta per tutte dall’intollerabile stigma sociale di esser nati maschi o femmine ed essere magari felici così.

Inoltre, aldilà dell’aspetto psicologico, affatto irrilevante, c’é anche l’aspetto medico da prendere in considerazione. Più volte si é dibattuto sulla pericolosità di assumere farmaci off label per avviare trattamenti che non é garantito siano reversibili.

Immaginate, ed é accaduto molte, troppe volte, bambini più o meno grandi, che ad un certo punto si accorgono di aver fatto un errore, o per meglio dire, di essere stati mal consigliati da chi li ha spinti a diventare altro da sé, invece di proteggerli. Creature intrappolate per la seconda volta, e magari questa volta a vita, in un corpo che non é il loro.

Ma c’è di più, interrompere lo sviluppo di un preadolescente non significa soltanto fermare quei caratteri sessuali che si sviluppano in conseguenza alle naturali tempeste ormonali che ognuno di noi ha affrontato (e superato) nella propria vita, bensì anche interrompere quella maturazione neuronale che prelude alla maturazione dei percorsi cognitivi, che fanno di un uomo o di una donna chi sono.

Il danno, dunque, oltre ad essere strettamente fisico e psicologico potrebbe essere anche psicobiologico, con tutte le enormi e gravose conseguenze del genere.

Sempre secondo le testimonianze di molti sanitari che hanno lasciato il centro per “obiezione di coscienza”, così hanno definito il loro rifiuto verso le pratiche della clinica di Londra, i piccoli pazienti, spesso vittime di abusi tra le quattro mura domestiche o magari anche fuori, avrebbero necessitato piuttosto di un percorso psicologico riabilitativo, invece di un’iniezione che bloccasse la comparsa del seno o dei peli sul petto.

La dottoressa Hilary Cass, colei che ha aperto le porte della clinica per buttarne giù una  relazione che mostrasse davvero quello che avveniva in quell’edificio, parla di medicina ostaggio delle ideologie, ed ha paragonato con estremo coraggio e lucidità il desiderio frenetico di riassegnare il genere a quella voglia di lobotomizzare i pazienti con cui la scienza ha dovuto fare i conti fino a pochi decenni fa. 

Probabilmente riconsiderare tutta questa stratificazione ideologica per tornare a concentrarsi sul paziente, piccolo o grande che sia, nella consapevolezza che l’unico modo per servire la scienza é servire la società e non viceversa, sarà la via maestra per garantirsi un futuro che non consenta più strumentalizzazioni politiche e che non renda ostaggio gli individui da una scienza che non vuole.

Per chi verrà, la chiusura del Tavistock é sicuramente di buon auspicio, per chi ormai é passato tra le mani di chi non avrebbe mai dovuto incontrare, speriamo solo che il suo doloroso percorso almeno non sia di sola andata.

MARTINA GIUNTOLI

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