Dalle modifiche capestro contenute nella riforma MES ora, come no?, ci salveranno Salvini e Berlusconi, che giuravano: giammai. Ancor più ci salverà il M5S, che nel programma elettorale 2018 si prefiggeva di smantellare il MES. Sarà divertente – si fa per dire – osservare le loro acrobazie in Parlamento, ora che il decisivo voto sulla ratifica si avvicina. A meno che un soprassalto di coerenza e di buonsenso…

E’ entrato nella storia il “Non firmiamo un cazzo” pronunciato da Salvini all’epoca del Governo M5S-Lega e riferito appunto alla riforma del MES. Allora, Bruxelles chiedeva all’Italia di compiere un passo preliminare. In seguito, durante il Governo M5S-PD, ci fu un acrobatico OK da parte dei parlamentari pentastellati  affinché l’allora presidente del consiglio Conte potesse compiere a Bruxelles quello stesso passo preliminare. Era il dicembre 2020.

A Bruxelles attendono da un pezzo la decisiva ratifica del Parlamento italiano. Ora la attendono “con impazienza” e possibilmente entro il 10 marzo. Un Governo così amico di Bruxelles non vuol certo farsi aspettare. Infatti, parola de Il Foglio, all’inizio di febbraio nell’agenda di Draghi c’erano due cose da fare nel giro di poche settimane: le concessioni balneari (già provveduto) e la ratifica in Parlamento della riforma MES.

Riassunto delle puntate precedenti. Il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, ha dato ampia prova di sé in Grecia, durante la crisi iniziata nel 2011. Presta soldi agli Stati UE che, anche a causa delle caratteristiche intrinseche dell’euro, faticano a finanziare il debito pubblico sui mercati. Non li presta però gratis, bensì in cambio delle “riforme” che rendono il debito pubblico sostenibile. Ovvero, in cambio di tagli della spesa pubblica e dei servizi: pensioni, scuola, sanità…

La riforma del MES per la quale si attende la ratifica del Parlamento italiano può sembrare questione di tecnicismi. Però contiene un dettaglio fondamentale che per l’Italia si annuncia tossico. Quando uno Stato è in difficoltà, il MES riformato rende più facile la ristrutturazione del suo debito pubblico: il famoso haircut. Una piccola bancarotta che induce i mercati finanziari ad aumentare il tasso di interesse con cui finanziano il debito pubblico e che innesca un ulteriore circolo vizioso di lacrime e sangue. I banchieri ringraziano ed ingrassano.

Non è peregrina l’ipotesi che un domani l’Italia debba ricorrere al MES riformato. Il debito pubblico è altissimo, lo spread aumenta e la BCE intende diminuire l’acquisto post-Covid del titoli di Stato. Ma, naturalmente, ci salveranno tutti quelli che avevano detto: giammai la riforma del MES. Come no?

Del M5S e delle sue acrobazie per mandare Conte a fine 2020 a dire il sì preliminare a Bruxelles, già si è detto. In quell’occasione, altre forze politiche che ora compongono la maggioranza draghiana furono ben più intransigenti. L’intero centrodestra si levò come un sol uomo: Conte non firmi!

Lo disse la Meloni, che ora è all’opposizione. Insieme a lei, lo disse Matteo “Non firmiamo un cazzo” Salvini, che ora è nella maggioranza draghiana ma che allora si permise il lusso di aggiungere:  Chi approva questa vergogna fa il male dell’Italia. E infine, lo disse anche Berlusconi, attualmente draghiano pure lui, precisando che la riforma non è nell’interesse dell’Italia.

Prepariamo i popcorn. I casi sono due. O cade il Governo Draghi, oppure gli acrobati del Draghistan si esibiranno nel giro di poche settimane sotto il tendone del circo parlamentare.

GIULIA BURGAZZI

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