Sta mano po esse fero e po esse piuma. Oggi è stata fero. La citazione cinematografica ci sta tutta, anche se stavolta a parlare non è l’immortale Mario Brega ma Will Smith che ha tirato uno bello schiaffone a Chris Rock, presentatore della novantaquattresima notte degli Oscar. Il gesto di Smith in realtà diventa significativo perché rappresenta anche uno schiaffo all’ipocrisia di questi anni.

Perché l’ex principe di Bel Air (che ha anche interpretato Muhammad Ali, con ottimi risultati a quanto pare) ha tirato quello schiaffo a Chris Rock? Perché il presentatore aveva fatto una battuta non esattamente felice su sua moglie, affetta da una rara forma di alopecia e quindi costretta a rasarsi a zero. Insomma l’aveva chiamata “Soldato Jane”. Questa cosa si chiama body shaming,  cioé ironizzare su disgrazie fisiche delle persone, ed è forse l’unica cosa dove il politicamente corretto ha davvero senso: ironizzare sui problemi fisici delle persone non si fa.

E il bello che siamo nella prima edizione iperinclusiva dove si devono premiare film che parlano di minoranze. In realtà l’obbligo partirebbe dal 2024, ma ci si adegua subito: è stato infatti pubblicato il manuale per i film da Oscar. Se vuoi essere candidato devi per forza  ficcarci dentro donne, neri, LGBT o minoranze varie. Roba da far rabbrividire le linee guida del realismo socialista sovietico, dove era obbligatorio parlare di proletariato anche se il film era ambientato nel Medioevo. E questa notte degli Oscar si è già adeguata alla regola “vince non perché è fatto bene ma perché c’è dentro la minoranza”.

Vince la prima donna sia gay che nera. Donna, gay e nera perché se two gust is megl che one, three is ancor megl. Ha recitato bene? Cosa secondaria.

“Il potere del cane” sulla carta il più quotato perché è un capolavoro ha un difetto: è un western, un genere troppo maschile e bianco. Ma la regista, Jane Campion, è una donna. Quindi Oscar alla miglior regia. Fa niente se Benedict Cumberbatch è un attore stratosferico: troppo maschio bianco etero.

Ed ecco che si arriva all’Oscar per il miglior film, che sarebbe dovuto andare al “Potere del cane”: la statuetta va a CODA, un film sui sordomuti. Magari un ottimo film, ma oramai abbiamo il sospetto che l’argomento abbia prevalso sull’effettiva fattura del film stesso. E qui viene fuori tutta l’ipocrisia hollywoodiana.

Il film premiato parla di drammi dovuti ad una malattia. E il presentatore della Notte degli Oscar in cui viene premiato un simile film, fa allegramente body shaming sulla moglie di un collega. E a questo punto giustamente Will Smith mette la faccenda a posto.

Meno male che Smith è afroamericano come Rock, altrimenti quest’ultimo avrebbe potuto appellarsi al razzismo. Lo schiaffo di Smith è la plastica rappresentazione di un’ipocrisia che abbatte statue di personaggi storici per le loro idee “non inclusive”, ti mette in galera se usi la parola con la n per definire una persona di origine africana, ma la persona di origine africana crede di potersi permettere tutto, anche sfottere le altrui disgrazie fisiche.

Beh, caro Will, di questi noiosissimi Oscar ultrapoliticamente corretti, dove ci si aspettava pure il collegamento con Zelensky (potevano candidare pure lui, dopo il suo World War 3 Tour, ma non rientra nel codice “minoranze”), lo schiaffo è l’unica cosa che resterà.

Io sono leggenda.

ANDREA SARTORI

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