Sembra che inizino ad aprirsi delle crepe nel muro che gli europei hanno eretto con la Russia, per compiacere gli Stati Uniti e la Gran Bretagna nella loro guerra fredda con Mosca.
Dallo scoppio delle ostilità gli Stati del Vecchio Continente si sono completamente allineate ai voleri di Washington: hanno fatto la voce grossa con Putin, condannato senza se e senza ma la politica di Mosca, ignorato le richieste e le ragioni russe e, soprattutto, comminato sanzioni durissime, destinate a colpire le nostre economie quanto e più di quella Russa.

Ma da un punto di vista economico e sociale è possibile per i governi europei, italiano in testa, mantenere la linea sin qui portata avanti o inevitabilmente finiranno assumere posizioni più moderate e dialoganti?
In Italia, Germania e in altri Paesi dell’UE le pressioni, da parte del mondo imprenditoriale e dai sindacati, iniziano a farsi fortissime e una devastante crisi sociale sta montando, con tutto il suo potenziale di destabilizzazione politica.
I sindacati tedeschi hanno in questi giorni lanciato l’allarme sul rischio di chiusura di molti importantissimi impianti nei comparti chimico, metallurgico, automobilistico e meccanico, anche solo in caso di dimezzamento delle forniture di gas dalla Russia. Una catastrofe che costringerebbe a rimanere a casa centinaia di migliaia di lavoratori.

Ma anche in Italia il mondo imprenditoriale è estremamente preoccupato per la tenuta del sistema in caso di un inasprimento dei rapporti con la Russia.
Il termometro del malcontento delle imprese italiane sono le dichiarazioni ad Agorà su Rai3 di Fabio Tamburini, direttore del Sole24Ore, cioè il quotidiano di Confindustria, organo mediatico delle imprese italiane per antonomasia.

Il direttore ha usato parole insolitamente esplicite, affermando: “Se sanzioni devono esserci, le sanzioni devono essere condivise e aggiungo: che le paghino anche gli Stati Uniti. Troppo comodo fare la voce grossa con le tasche degli altri e con la pelle degli altri”. Un vero e proprio atto di accusa dell’organo ufficiale dell’industria italiana agli Usa e, implicitamente, alla politica del governo che accetta le condizioni poste da Washington.
Alla luce di queste pressioni (e dei fischi che riceve dalla gente ridotta alla fame Mario Draghi negli ultimi tempi in tutte le sue uscite pubbliche) si comprende perché il premier italiano non abbia potuto esimersi da un colloquio con il presidente russo, durato 45 minuti, per riannodare un dialogo.

Al termine della telefonata con Mosca il governo italiano ha espresso in una nota la richiesta di Roma di un rallentamento tangibile delle operazioni militari, e ha sottolineato la necessità di un accordo sostenuto da garanzie internazionali di sicurezza per entrambe la parti, un accordo di cui – secondo Draghi – l’Italia potrebbe far parte insieme ad altri attori internazionali.

Insomma Roma cerca di riallacciare il dialogo con Mosca e si propone come mediatore di un accordo di pace. Berlino, dal canto suo, fa altrettanto: c’è stato un colloquio, durato un ora, anche tra Putin e Scholz, il premier tedesco, cha come quello italiano ha sollecitato un cessate il fuoco “il più rapidamente possibile”, e ha sottolineato l’importanza della ricerca di una soluzione diplomatica.

Insomma sembra che sotto la pressione di una crisi economica e sociale di portata storica qualcosa si muova nelle cancellerie europee ed emergano i primi timidi segnali di una politica più autonoma da Washington e più sensibile agli interessi dei Paesi europei.

ARNALDO VITANGELI

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