Coloro che criticano le misure liberticide e il green pass sono stati etichettati, derisi, oscurati. Sono stati equiparato ai pazzi, da curare. Ai criminali e ai terroristi. Sono stati hanno chiamato “sorci”. Hanno augurato loro di diventare una “poltiglia verde”. Perché chi dissente dalla narrativa terapeutica, dal pensiero unico, è un “eretico” del nuovo millennio. E come gli eretici del passato, va perseguitato. Escluso dal dibattito pubblico, censurato, dileggiato, osteggiato, discriminato, ghettizzato. Trattato come un “paria”. Escluso dalla vita sociale, persino dal lavoro. Il clima di isteria collettiva odierno rappresenta lo stereotipo persecutorio classico, teso ad accusare, a seconda dell’occasione, una classe precisa di persone di cospirazioni per poter legittimare la violenza nei loro confronti. È la dinamica del capro espiatorio. Comune a millenni di questa dinamica, è la paura.
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Negli ultimi anni, il dibattito pubblico riguardante il green pass ha assunto toni sempre più accesi, con una crescente polarizzazione tra sostenitori e oppositori delle misure adottate per fronteggiare la pandemia. Coloro che si sono opposti a queste misure sono stati etichettati come negazionisti, complottisti e, in alcuni casi, addirittura come terroristi. Questa demonizzazione ha portato a una vera e propria esclusione sociale, dove il dissenso è percepito come un'eresia moderna, da reprimere e stigmatizzare.
Il clima di isteria collettiva ha favorito la creazione di un nuovo capro espiatorio, un fenomeno che ha radici storiche profonde. La catalogazione dei critici del green pass come “sorci” o la richiesta di identificarsi con simboli distintivi ricorda le persecuzioni del passato, dove minoranze e dissidenti venivano ghettizzati e ostracizzati. Questo tipo di retorica, che si avvale di un linguaggio bellico e di una propaganda emotiva, mira a giustificare l'uso della violenza e della discriminazione nei confronti di chi esprime opinioni divergenti.
La narrazione dominante, che si fonda sulla paura e sull'emergenza, ha portato a un'accettazione passiva di misure che, in condizioni normali, sarebbero state inaccettabili. La paura del contagio ha spinto la popolazione a rinunciare a diritti fondamentali e a vivere in uno stato di emergenza permanente. In questo contesto, il green pass è diventato non solo uno strumento di controllo, ma anche un simbolo di divisione tra “cittadini di serie A” e “cittadini di serie B”, creando una società stratificata e discriminatoria.
Questa situazione ha portato a un crescente risentimento tra le diverse fazioni della società, alimentato dalla propaganda che etichetta i critici come disertori o eretici. La strategia del divide et impera è evidente, con il potere che osserva distaccato mentre i cittadini si combattono tra loro, distratti dalle loro divergenze. La retorica della guerra contro un nemico invisibile ha legittimato l'adozione di misure straordinarie, che rischiano di diventare la nuova normalità, perpetuando un ciclo di paura e sottomissione.
È fondamentale, quindi, che si riprenda il dibattito su questi temi, liberandosi dalla paura e dall'emotività che hanno caratterizzato la narrazione dominante. Solo attraverso un esercizio critico del pensiero e un confronto aperto si potrà sperare di rivedere la realtà sotto una luce diversa, riconoscendo il valore del dissenso e della pluralità di opinioni come elementi essenziali per una democrazia sana e vitale.
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