L' inimicizia tra Usa e Russia è strettamente legata a ragioni poliche ma anche culturali. Dopo la caduta del' URSS, dopo l'89, sembrava che la Russia si sarebbe dovuta avviare, mestamente, verso l'integrazione coatta alla civiltà occidentale "americano-centrica", come la definisce il filosofo Diego Fusaro, "sotto l'egemonia del dollaro".
Ma Putin rappresentò l'imprevisto, il fattore determinate a invertire la rotta: si andò in direzione opposta a quella intrapresa dai leader pecedenti, Gorbaciov e Eltsin, e si cercò di ricostruire una Russia forte non disposta a piegarsi al dollaro.

L'inimicizia tra Stati Uniti e Russia, come evidenziato dal filosofo Diego Fusaro, affonda le radici in una complessa interazione di fattori politici, geopolitici e culturali. Dopo la caduta dell'Unione Sovietica, la Russia sembrava destinata a un'integrazione forzata nell'ordine mondiale dominato dagli Stati Uniti, un processo che Fusaro definisce come la "civiltà americano-centrica" sotto l'egemonia del dollaro. Tuttavia, l'ascesa di Vladimir Putin ha rappresentato un cambiamento radicale di rotta, segnando l'inizio di un tentativo di ricostruire una Russia forte e sovrana, non disposta a piegarsi ai dettami della globalizzazione.
Putin, contrariamente ai suoi predecessori Gorbaciov ed Eltsin, ha avviato un processo di riunificazione identitaria e politica, rifiutando l'americanizzazione della Russia. Questo rifiuto ha portato a una crescente ostilità nei confronti degli Stati Uniti e della loro influenza, culminando nell'attuale conflitto in Ucraina. Fusaro sottolinea come la narrazione ufficiale riguardante questa inimicizia sia spesso semplificata e caricaturale, riducendo la complessità storica a un confronto tra un "pazzo" Putin e una democrazia occidentale minacciata. Questa visione, secondo Fusaro, non tiene conto delle dinamiche geopolitiche e culturali più profonde che hanno influenzato le relazioni tra le due potenze.
La guerra attuale, quindi, non è solo una questione di potere militare, ma anche di identità culturale. Da un lato, c'è una civiltà occidentale che Fusaro descrive come "nichilista", caratterizzata da una crisi di identità e da una continua erosione dei valori tradizionali. Dall'altro, c'è una Russia che sta riscoprendo le proprie radici culturali e spirituali, opponendo alla "civiltà del nulla" una forte affermazione della propria identità nazionale, basata sulla religione ortodossa e sulla storia. Questo scontro di civiltà, come lo definisce Fusaro, è una battaglia non solo geopolitica, ma anche culturale, in cui la Russia di Putin si propone come baluardo contro la globalizzazione e l'individualismo estremo.
In questo contesto, la posizione di Putin emerge come una risposta a un'epoca di crisi e di smarrimento, in cui la necessità di riconsiderare le proprie identità culturali diventa imperativa. Fusaro invita a non limitarsi a una lettura superficiale degli eventi, ma a considerare le domande più profonde riguardanti la natura del potere, della civiltà e dell'identità. La sua analisi suggerisce che la guerra in corso non è solo un conflitto territoriale, ma un confronto tra visioni del mondo radicalmente diverse, che hanno profonde implicazioni per il futuro non solo della Russia e degli Stati Uniti, ma dell'intera comunità internazionale.
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