In Israele le misure per contrastare il covid diventano sempre più stringenti. Dea, attivista ed artista che vive a Gerusalemme, racconta il clima che si respira nel Paese, da mesi alle prese con proteste di piazza dove i cittadini si riuniscono per chiedere le dimissioni del Primo ministro. Peculiare la situazione della comunità ultraortodossa che contesta le misure imposte dall'autorità anche a costo di pagarne un prezzo molto alto

In Israele, la gestione della pandemia da Covid-19 sta generando un clima di crescente tensione sociale. Le misure restrittive, tra cui un lockdown prolungato, sono state imposte dal governo di Benjamin Netanyahu, suscitando forti reazioni da parte della popolazione. Dea, attivista e artista residente a Gerusalemme, ha descritto la situazione attuale come una forzatura, evidenziando come il Primo ministro stia sfruttando l'emergenza sanitaria per motivi politici, in un contesto già caratterizzato da intense proteste contro il suo operato.
Le misure di lockdown, inizialmente previste per due settimane, sono state estese a un mese e mezzo, giustificate da un presunto aumento dei contagi. Tuttavia, un gruppo di oltre centoventi medici israeliani ha firmato una petizione contro queste decisioni, sostenendo che i dati non giustificherebbero un simile intervento. I medici segnalano una diminuzione dei malati e dei decessi, contestando l’efficacia delle misure restrittive. Dea riporta che durante una manifestazione il 15 settembre, i medici hanno avvertito che il lockdown stesso potrebbe causare più danni della malattia, portando a un incremento della disoccupazione e a conseguenze negative sul benessere psicologico della popolazione.
In questo contesto, le manifestazioni contro Netanyahu non si sono fermate. I cittadini, provenienti da diverse fazioni politiche, continuano a scendere in piazza con richieste di dimissioni del Primo ministro, nonostante le restrizioni imposte. Recentemente, una legge ha limitato le manifestazioni, consentendo solo proteste a una certa distanza dalla propria abitazione. Tuttavia, molti israeliani hanno trovato modi alternativi per esprimere il loro dissenso, continuando a protestare anche in forma ridotta, segnalando una resistenza popolare a queste misure.
Particolare attenzione merita la comunità ultraortodossa, che ha mostrato una forte opposizione alle restrizioni. I rabbini di questa comunità hanno invitato i fedeli a resistere, affermando che le misure del governo violano le pratiche religiose, specialmente durante le festività ebraiche. La frattura tra il governo e questa parte della popolazione è profonda, con le autorità che tendono a stigmatizzare gli ultraortodossi come responsabili dell'aumento dei contagi, mentre la comunità si oppone fermamente a tale rappresentazione.
La situazione in Israele si presenta quindi come un mix di emergenza sanitaria e crisi politica. Dea sottolinea come l'uso della pandemia come strumento di controllo stia creando un clima di paura e repressione, con un governo che sembra cavalcare l'emergenza per mantenere il potere. La tensione sociale, le manifestazioni e la crescente opposizione alle misure restrittive delineano un quadro complesso, in cui le dinamiche interne al paese si intrecciano con le questioni politiche più ampie che riguardano il futuro della leadership di Netanyahu e la coesione sociale in Israele.
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