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Notizie20 Gennaio 2022

“Chiudete Telegram!” Qualcuno teme l’app senza censura

Visione TVDi Visione TV·8822 contenuti pubblicati
Telegram
Andrea Sartori analizza la crescente preoccupazione dei governi per Telegram, evidenziando come venga accusato di disinformazione. Si discute anche del contesto globale di censura e della paura delle autorità nei confronti della libertà di espressione.
Punti chiave
  • Telegram è visto come un pericolo dai governi di diversi paesi.
  • In Germania e Brasile, Telegram è accusato di diffondere disinformazione.
  • Pavel Durov ha rifiutato di cedere dati al governo russo.
  • La censura di Telegram riflette la paura dei governi della libertà di parola.
  • Il potere teme il cambiamento e la diffusione di idee alternative.
L'articolo

In questi mesi di dittatura sanitaria abbiamo imparato a conoscere Telegram, la piattaforma di messaggistica creata dal giovane imprenditore russo Pavel Durov. I giornali, allarmati, ci raccontavano come nelle chat di Telegram si nascondessero pericolosi terroristi che volevano lanciare uova al ministro Speranza,  mentre in questi giorni sulle prime pagine si spara la foto del folcloristico personaggio “Ugo Fuoco” gestore di odiatori canali Telegram no vax.

Ma non solo in Italia Telegram è malvisto dal potere. E’ di questi giorni la notizia secondo cui Telegram è sotto attacco in Germania e Brasile. Sia il ministro della Giustizia tedesco Marco Buschmann che il presidente del Tribunal Superior Eleitoral Luìs Roberto Barroso hanno accusato Telegram di essere “veicolo di disinformazione”. Curioso il caso brasiliano in cui addirittura, secondo il presidente del TSE, la disinformazione sarebbe legata al presidente Bolsonaro, dipinto dalla stampa nostrana come un dittatore. Ben strana dittatura se si chiede la chiusura di un canale perché veicola le idee del presidente. In Germania la disinformazione è legata ai mitici “no vax” oggi dipinti come l’Isis, mentre in Brasile il caso è diverso: i gruppi contesterebbero il sistema elettorale e questo non va giù al Deep State carioca. Barroso avrebbe anche scritto a Durov, senza peraltro mai ricevere risposta.

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Il primo Paese a bloccare Telegram fu proprio la Patria di Durov, la Federazione Russa. Accadde nel 2018 con una sentenza del Tribunale di Mosca. La questione riguardava la privacy degli utenti di Telegram, talmente forte che nemmeno l’FSB riusciva a penetrare il muro. Il Roskomnandzor, l’organo che si occupa delle Comunicazioni, chiese a Durov le chiavi di decrittazione per poter permettere all’FSB di leggere i messaggi degli utenti, adducendo come pretesto le “chat dei terroristi”. E qui Durov si distinse dal suo più noto omologo americano, Mark Zuckerberg, il quale si piegò governi europei e statunitense consentendo la famigerata censura su Facebook. Durov disse niet al governo russo, e Telegram fu oscurato, mentre Durov ironizzava sul fatto che oscurando un’applicazione russa Putin faceva un grande favore ai competitor Made in Usa. Nel 2020 Putin lasciò cadere il ban su Telegram perché i russi aggiravano tranquillamente il veto, anche se nell’aprile 2020 il Roskomnandzor tornò alla carica bloccando canali che “diffondono disinformazione sul Covid 19”.

Ricordo personale: quando Putin oscurò Telegram vivevo a Mosca. Quel giorno andai a fare la spesa nel solito supermercatino e vidi il solito cartello che indicava i vari profili social dell’esercizio. Alla voce Telegram c’era scritto “abbiamo un piccolo problema che risolveremo in pochi giorni”. Una settimana dopo era indicato il nuovo canale Telegram, con buona pace di Putin e del Roskomnandzor. Con una simile disobbedienza civile anche il leggendario ex tenente colonnello del KGB dovette gettare la spugna.

Oggi i governi occidentali imitano la Russia (e la Cina dove Telegram è oscurato al pari di qualsiasi applicazione che non sia direttamente controllata dal Partito Comunista), ma quantomeno il pretesto di Putin era più sensato: si era nel periodo della guerra siriana, e si parlava di chat di terroristi dell’ISIS (poi certamente si voleva chiudere una chat dove si ritrovavano anche i seguaci degli oppositori del Cremlino, ma quantomeno la scusa era verosimile) oggi, nella follia pandemica, si parla di “chat di terroristi” riguardo persone che hanno un’idea diversa su un trattamento medico e i giornali descrivono la casalinga di Voghera che vuole tirare qualche uovo a Speranza quasi fosse il capo di una cellula delle Brigate Rosse che pianifica il rapimento di Aldo Moro.

Quello che spaventa di Telegram è la relativa sicurezza (non più così leggendaria come un tempo, in realtà) che protegge gli utenti dai governi. Questo dice una cosa: i governi, anche i più democratici, temono la libertà di parola. Hanno paura del cittadino che possa portare tesi alternative a quelle del potere. E non ha mai avuto tanta paura come in questo momento. Oramai il mondo è in mano ad una banda di paranoici che ha paura delle chat perché teme di perdere influenza e potere sulle masse. E’ qualcosa che è iniziato prima della pandemia, con la Brexit e con l’elezione di Trump.

Il potere sa che il suo tempo sta per finire. E ha paura di una chat.

ANDREA SARTORI

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