Il rincaro folle dell’energia mette a rischio l’occupazione dei 3,5 milioni di dipendenti delle microimprese attive nei 43 settori più energivori. Il rapporto che Confartigianato ha pubblicato ieri, giovedì 8 settembre, aggiunge un ulteriore tassello al mosaico della Waterloo che si sta profilando per l’economia italiana.
La Waterloo riguarda sia le imprese, piccole e grandi, sia le famiglie: ma è difficile perfino ricostruire la situazione nella sua interezza.
Finiscono sui giornali, di solito una per volta, le grandi crisi aziendali, tipo la Wärtsilä di Trieste e i suoi 451 posti di lavoro che stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. Oppure la raffineria Isab di Priolo, la più grande in Italia, che può finire a gambe all’aria a causa del divieto, a partire da dicembre, di importare petrolio russo. E poi le acciaierie, le cartiere, gli stabilimenti che producono fertilizzanti a ritmo sempre più ridotto, con l’effetto collaterale che sparisce anche l’anidride carbonica per l’acqua frizzante e le bibite gasate.
Ma l’economia italiana ormai è coperta da un pulviscolo – anzi: da una polveriera – di aziende e aziendine strangolate dal caro energia. Le loro vicende faticano a trovare spazio sui grandi media anche quando si tratta di attività economiche che rendono alla collettività servizi pressoché insostituibili.
Un caso tipico, e di cui si parla poco, è quello dei consorzi di bonifica. Hanno ereditato dal passato una definizione che non descrive più i loro compiti. Sparite ormai le paludi da prosciugare, i consorzi di bonifica forniscono ai contadini l’acqua per l’irrigazione, senza la quale nei campi cresce ben poco. Ma per pompare acqua nei tubi e nei canali che la portano nei campi serve l’energia: tanta energia.
Di qui il grido di dolore, finora inascoltato, del presidente ANBI (Associazione Nazionale Bonifiche Irrigazioni): se lo Stato non ci aiuta, dovremo far pagare molto di più l’acqua ai contadini, con conseguente ulteriore rincaro dei prodotti alimentari.
Ecco, a volte ci sono storie del genere dietro le statistiche della Confartigianato relative ai 3,5 milioni di dipendenti delle 881.000 microimprese italiane strangolate dal caro energia. Essi rappresentano il 20,6% dell’occupazione nel sistema imprenditoriale italiano.
Le microimprese in questione non si occupano solo di ceramica, vetro, carta e simili, cioè dei settori che – ormai si sa – sono in maggiore difficoltà, ma anche di servizi tipo assistenza sociale a domicilio, asili nido, trasporto merci, traslochi…
Secondo l’analisi di Confartigianato, le tre Regioni con il maggior numero di microimprese attive nei settori scossi dal caro energia sono, nell’ordine, Lombardia (139.000 piccole aziende e 751.000 addetti); Veneto (77.000 aziende e 376.000 addetti); Emilia Romagna (72.000 aziende e 357.000 addetti). E giù giù fino a percorrere, da Nord a Sud, l’intero Stivale.
Tutte queste attività economiche, dice Confartigianato, per rimanere in piedi hanno bisogno sia di interventi strutturali che riportino sotto controllo i prezzi dell’energia sia di interventi immediati che consentano di pagarla meno. Peraltro, ne ha bisogno l’intera Italia: famiglie ed imprese.
Non risultano pervenute, a questo proposito, azioni del Governo dei cosiddetti migliori. Anzi: al di là degli articoli di giornale sui casi eclatanti e delle analisi settoriali come quelle di Confartigianato, è difficile mettere insieme perfino il quadro completo della Waterloo economica alla quale stiamo andando incontro. Una tragedia è in marcia, e non ne conosciamo neanche le dimensioni.
GIULIA BURGAZZI

















