O sono più miopi della casalinga di Voghera, o apparecchiano la tavola davanti all’appetito di Washington, intenzionata a spolparsi l’Europa. Il blocco all’importazione via mare di petrolio e prodotti petroliferi dalla Russia deciso ieri, martedì, dall’Unione Europea per compiacere gli Stati Uniti è l’ennesima mannaia sull’economia. E’ salvo al momento il petrolio russo che arriva via oleodotto in Europa centrale, ma Polonia e Germania immolano se stesse e i propri cittadini rinunciando ad attingere.

Per la raffineria Isab di Priolo integrata nel già sofferente polo petrolchimico siracusano (complessivamente 7.500 addetti) la situazione è particolarmente grave. E’ la più grande in Italia ed appartiene alla russa Lukoil. Lo zelo non richiesto nell’interpretazione delle precedenti sanzioni alla Russia ha costretto la raffineria Isab ad acquistare e lavorare esclusivamente petrolio russo. Finora l’effetto, tragicomicamente paradossale ma vero, è stato il netto aumento dell’importazione di petrolio russo in Italia.

A fine anno però il petrolio russo non arriverà più. Tutti in ferie, e poi in cassa integrazione, e poi a casa? Il sindaco di Priolo ha chiesto per due volte un incontro con Draghi, ma finora si è palesata soltanto il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Alessandra Todde. La sua carica, con tutti il rispetto, non equivale a quella del primo ministro. E chi ha orecchie per intendere, intenda.

E’ russo un quarto del petrolio e dei prodotti petroliferi importato nell’UE e il 12% circa di quello importato in Italia. Comprare il petrolio da un’altra parte? C’è un problemino che anche una casalinga di Voghera è in grado di individuare.

Per quanto gli Stati Uniti chiedano ed insistano, i maggiori Paesi produttori di petrolio sono arcistufi di dire signorsì all’Occidente e non intendono aumentare la produzione, se non semmai in modo simbolico. Dunque continua ad aumentare il prezzo del petrolio, il sangue che scorre nelle vene dell’economia: tutto rincara; fare il pieno di benzina è ogni volta un salasso.

UE ed USA sostengono che impedire alla Russia di esportare (petrolio e non solo) serve per metterla in ginocchio. Ammesso e non concesso che sia saggio mettere in ginocchio la Russia, assodato che finora l’economia russa regge nonostante le sanzioni, anche qui un fatto è di palmare evidenza. Lo stop all’acquisto di petrolio russo, per far male davvero, deve essere improvviso. Invece la decisione dell’UE entrerà in vigore a fine anno. In questi mesi, la Russia ha tutto il tempo per trovarsi clienti altrove. India e Cina stanno già facendo shopping di petrolio russo. Prevedibilmente, ne acquisteranno ancora di più: finora le pressioni statunitensi non hanno sortito effetto. Anzi, i Paesi BRICS Plus stanno costruendo un fronte comune che di fatto isola l’Occidente e taglia in due l’economia mondiale: un’economia che in precedenza era una sola e globalizzata.

Eppure a Bruxelles e a Roma si comportano come se questo non stesse accadendo, come se le sanzioni non fossero un boomerang che fa molto male all’Europa e all’Italia senza danneggiare particolarmente la Russia. Draghi l’ha detto chiaro e tondo: le sanzioni alla Russia dureranno a lungo.

Proprio Draghi ancora in febbraio dichiarava: è importante evitare che le sanzioni alla Russia riguardino le fonti di energia. Una conversione sulla via di Washington radicale almeno come quella, ben più celebre, sulla via di Damasco.

L’esegesi del Draghi-pensiero porta ad una conclusione. Gli sta bene il mondo tagliato in due: da una parte, gli Stati Uniti e il cosiddetto Occidente. Dall’altra, i BRICS Plus: Cina, Russia e numerosi altri Paesi che, insieme, rappresentano la fetta maggiore della popolazione e del PIL mondiale.

D’altra parte, finora la globalizzazione è andata a braccetto con l’egemonia statunitense e del capitalismo statunitense. Ora qualcuno, e non solo la Russia, sta dicendo stop. Non lo dice purtroppo l’Italia, non purtroppo l’Unione Europea.

Il capitalismo è una forma di squalismo: il pesce grande mangia quello piccolo. Impossibilitati ormai a mangiarsi il mondo, gli Stati Uniti vogliono mangiare l’Europa. Distruggerne l’economia finora cointessuta con quella russa e ad essa complementare: importazione di materie prime ed energia; esportazione di prodotti finiti. Vogliono drenare verso Washington la ricchezza dell’Europa, trasformandola in una terra che non ha alternative se non quella di vendere agli Stati Uniti in cambio di un pezzo di pane e di acquistare  dagli Stati Uniti pagando a peso d’oro.

Roma e Bruxelles stanno apparecchiando la tavola davanti a questo gagliardo appetito. La raffineria Isab-Lukoil di Priolo non è nemmeno l’antipasto. E’ solo lo stuzzichino che si serve insieme all’aperitivo.

GIULIA BURGAZZI

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