Le persone che diffondono “disinformazione” sui sieri anti-Covid sono “criminali”, secondo Albert Bourla , CEO di Pfizer. A pochi giorni dal Pfizergate, ospite del think tank Atlantic Council, Bourla ha puntato il dito contro un gruppo “molto piccolo” di persone che fanno circolare informazioni “false”, continuando ad accreditare il frame che paragona i dissidenti e i ricercatori indipendenti a "criminali".

La recente dichiarazione di Albert Bourla, CEO di Pfizer, ha suscitato un acceso dibattito, specialmente in seguito alle accuse di disinformazione rivolte a chi critica i vaccini anti-Covid. Bourla ha definito i dissidenti e i ricercatori indipendenti come "criminali", sostenendo che le loro affermazioni avrebbero contribuito a milioni di morti. Questa retorica, che ha il sapore di una guerra di propaganda, sembra mirare a delegittimare le voci critiche e a mantenere il controllo sul discorso pubblico riguardo alla vaccinazione.
In un contesto già teso, Pfizer ha tentato di rispondere alle polemiche legate allo scandalo Ventavia e alle preoccupazioni sulle reazioni avverse ai vaccini pubblicando un meme su Twitter. Il meme, che rappresenta un blob etichettato come "scienza" che trattiene un'altra figura da abbracciare una bolla di "selvagge teorie della cospirazione", ha generato una reazione negativa da parte degli utenti. Molti hanno criticato l'azienda, evidenziando come la scienza non sembri realmente tutelare chi ha subito effetti collaterali dai vaccini. Questo tentativo di minimizzare le preoccupazioni ha finito per ridicolizzare ulteriormente Pfizer, rendendo evidente la distanza tra la narrazione aziendale e la realtà vissuta da molti cittadini.
Non è un caso che la strategia comunicativa di Pfizer si inserisca in un quadro più ampio di protezione legale. Infatti, come riportato da Repubblica, i contratti stipulati tra la Commissione europea e l'azienda prevedono clausole che esonerano Pfizer da responsabilità in caso di reazioni avverse. Questo aspetto ha alimentato ulteriori critiche, poiché il rischio di effetti collaterali ricade interamente sugli stati, come nel caso dell'Italia, dove lo Stato si fa carico di eventuali richieste di indennizzo. Tale situazione solleva interrogativi non solo sulla trasparenza delle pratiche aziendali, ma anche sulla protezione dei diritti dei cittadini.
Il meme di Pfizer, lungi dall'essere un semplice errore di comunicazione, rappresenta un tentativo di spostare l'attenzione dalle legittime preoccupazioni dei cittadini verso una demonizzazione di chi critica le politiche vaccinali. Questa dinamica non è nuova e riflette una strategia consolidata di discredito nei confronti di chi espone dubbi e riserve. Le reazioni suscitate dal tweet evidenziano come la percezione pubblica stia cambiando, con sempre più cittadini che si oppongono a una narrazione monolitica e cercano di informarsi attraverso fonti alternative.
In definitiva, l'episodio mette in luce non solo le fragilità comunicative di Pfizer, ma anche le tensioni crescenti tra le istituzioni, le aziende farmaceutiche e i cittadini. La crescente sfiducia nei confronti delle grandi aziende e dei governi, alimentata da esperienze personali e da un'informazione sempre più accessibile, sta creando un clima di resistenza e critica che difficilmente potrà essere ignorato o silenziato.
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