Riserve strategiche: gli USA mettono il petrolio in saldo, ma non per l’Europa

L’intenzione degli Stati Uniti di abbandonare l’Unione Europea al suo destino è evidente – quanto implicita – nella decisione del presidente statunitense Biden di immettere sul mercato parte del petrolio che costituisce le riserve strategiche: l’equivalente del gruzzoletto gelosamente custodito nel cassetto del comò e dal quale attingere solo in caso di gravi imprevisti.

Lo scopo dell’operazione è far abbassare i prezzi della benzina e più in generale dell’energia, ora insopportabilmente alti.

Il ricorso alle riserve strategiche è un fatto abbastanza raro, e Biden lo ha deciso insieme ad altri grandi Paesi che attualmente sono nelle grane per il prezzo dell’energia e per la sua scarsità. Anch’essi immetteranno sul mercato le riserve. Fra questi Paesi, non figurano né l’UE (che peraltro se vogliamo essere precisi non è un Paese ma un insieme di Paesi legati da trattati) né gli Stati che fanno parte dell’UE. Eppure l’UE per i prezzi dell’energia è praticamente in ginocchio – Italia compresa – anche perché nell’UE l’energia è più costosa che altrove.

Nonostante questo, gli Stati UE non partecipano all’operazione. Ci sono invece Gran Bretagna, Cina, India, Giappone, Corea del Sud.

Fra i grandi Paesi che immettono sul mercato le riserve di petrolio, o le immetteranno, manca anche la Russia: è vero. Ma in Russia il prezzo e la disponibilità di energia non sono un problema.

Per rendersene conto, basta guardare i prezzi, in Russia e altrove, della benzina. Un gallone di benzina (circa 4 litri) costa a Mosca solo 2,1 dollari, praticamente 45 centesimi di euro al litro: per la Russia, che è un grande esportatore di petrolio, non avrebbe alcun senso partecipare ad un’operazione del genere.

Il tentativo di far scendere i prezzi della benzina – esplicitamente citato nel comunicato stampa con cui la Casa Bianca annuncia il ricorso alle riserve – è invece sensato, eccome se lo è, negli Stati Uniti, dove la benzina costa quasi il doppio rispetto alla Russia: 3,76 dollari per un gallone. Ed ecco i prezzi della benzina negli altri Paesi che partecipano alla vendita straordinaria di petrolio: in Cina, per comprare un gallone di benzina bisogna sborsare l’equivalente di 4,76 dollari; in India, 5,34; in Corea del Sud, 5,1 dollari; in Gran Bretagna e in Giappone, rispettivamente, 5,79 e 4,24 dollari.

La classifica mondiale dei prezzi della benzina tuttavia vede ai primi posti i Paesi europei lasciati fuori dall’operazione che mira a contenerne i costi. Al top c’è l’Olanda, dove un gallone di benzina costa 6,4 dollari; a seguire Norvegia, Italia (5,96 dollari per un gallone), Danimarca eccetera. All’ottavo posto la Germania (5,57 dollari al gallone), al nono la Francia con 5,54 dollari al gallone.

Vero che i benefici effetti dell’operazione, se mai ci saranno (ma è un altro discorso), riguarderanno l’intero mercato mondiale e gli altri combustibili fossili: il carbone al quale è aggrappata la Cina e il gas di cui si nutre l’economia europea. Ma altrettanto vero che nella vendita concertata delle riserve di petrolio spicca l’isolamento dell’Europa: che se la veda da sola, insomma, perché il suo destino non interessa a nessuno.

DON QUIJOTE

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