“In una nave che affonda gli intellettuali sono i primi a fuggire subito dopo i topi e molto prima delle puttane”, recitava una leggendaria frase del poeta incendiario Vladimir Majakovskij.

Egli parlava in un momento storico in cui, in ogni caso, si aveva dimestichezza col pensiero. Col passare degli anni una frase che poteva essere immaginata come principalmente provocatoria è finita per il descrivere impietosamente la realtà. Ovverosia il fatto che, col depauperamento progressivo del livello del dibattito, la figura dell’intellettuale è divenuta “ornativa” e dunque perfetta per incarnare quel “polo dominato della classe dominante” di cui parlava il filosofo francese Bourdieu.

In altre parole, certamente meno alate, l’intellettuale oggi è colui che attraverso una forma minimamente più raffinata esprime i concetti che in maniera più bruta vengono buttati giù dai politici. Funzionali, dunque sostituibili e intercambiabili.

Ciò che qui interessa però è affermare che dalla nostra prospettiva sarebbe alquanto sconveniente fare discorsi contro gli intellettuali, poiché una egemonia culturale di segno opposto a quella dominante può nascere solo attraverso un loro determinante contributo.

Certo è, però, che quando una categoria è così svilita occorre compiere un lavoro di riqualificazione profondo: personalmente inizierei col dare a questo termine ”intellettuale” un significato meramente descrittivo, ad indicare qualcuno che utilizza per l’appunto dell’intelletto per la propria professione. Dico questo perché altrimenti si rischia di generare nei confronti della categoria o un timore referenziale o una antipatia generalizzata. Certamente, non basta questo…

Nel mondo della “controinformazione” o della “controcultura” abbondano infatti figure che sono brillanti imprenditori di se stessi, spesso divulgatori appassionati ed appassionanti, ma che raramente hanno il coraggio profondo di rischiare davvero, di mettersi in gioco fino in fondo. Ovvio, chi non replichi le parole del potere dominante una scelta di campo l’ha già fatta, ma, in maniera forse eccessivamente smaliziata, si potrebbe obiettare che costoro si sono semplicemente scelti una nicchia in cui operare, una comfort zone…

La battaglia che stiamo conducendo esige che non vi sia forma alcuna di opportunismo da parte di chi la abbraccia. Inutile è cercare di mascherare certi trucchi da furbetto con l’idea di essere “anime candide”. Chi opera attraverso l’intelletto deve essere esempio ed operare sempre due passi avanti rispetto agli altri, anche in termini di coraggio.

Si tratta di una dolorosa consapevolezza, che conduce probabilmente a perdere molto più di quanto si possa guadagnare, ma è necessario nella vita avere anche una certa propensione alla radicalità.

Naturalmente la forza intellettuale che davvero abbia voglia di caricarsi questo peso andrà organizzata, alleviata, aiutata nelle forme più varie.

Ma il rifiuto concettuale che ci unisce deve essere anche un rifiuto antropologico. Una nuova umanità passa inesorabilmente da una nuova classe intellettuale, che sia davvero avanguardia.

ANTONELLO CRESTI
Vicesegretario Ancora Italia Sovrana e Popolare (Aisp)

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