Chi di fake news ferisce, di lettera perisce. Nel giorno 28 settembre 2021, l’illustre quotidiano La Repubblica informava i propri lettori della seguente notizia: “Ungheria, un miliardo di euro per 6 chilometri di ferrovia: lo scandalo dell’ex idraulico amico di Orbán”. Il tono del pezzo, ad opera della penna di Andrea Tarquini, è quello consueto a cui ci hanno abituato i giornali mainstream quando si parla di Ungheria, Russia, Brasile, Trump e tutti quei “nemici del sistema” considerati sassolini nella scarpa: basse insinuazioni, sottili allusioni su dittature oligarchiche, accuse più o meno velate di corruzione, il tutto vòlto a dipingere sempre il solito quadro di squallore e pastette.

Stavolta però si deve essere passato il segno, perché l’Ungheria reagisce. L’ambasciatore Adam Kovacs prende carta e penna, scrive una rettifica di fuoco con cui smonta punto per punto le “lievi imprecisioni” che costellano l’intero articolo, e la invia a Repubblica in data 8 ottobre.

Repubblica la cestina.

Ora, tutti sappiamo che la diplomazia è questione delicata, in cui occorre sapersi muovere con discrezione. Ma siccome stavolta si è passato il segno, l’ambasciatore rende pubblica la lettera (la trovate in calce). Leggendola viene voglia di nascondersi sotto un mattone, al posto dell’incauto redattore: la sequela di falsità e baggianate messa insieme al solo scopo di infangare qualcuno è davvero imbarazzante. Riuscire anche nell’intento di far imbufalire pubblicamente un ambasciatore di uno Stato europeo è anche impresa non da poco. Ma Repubblica nel dare “notizie certificate” è top level: fa parte di quel Trust Project la cui missione è “Rafforzare la pubblica fiducia nelle notizie tramite responsabilità e trasparenza“. Ma non solo: Repubblica si è anche assunto il gravoso compito, attraverso “L’Osservatorio Italiano sui Digital Media“, di “lavorare per distinguere il vero dal falso”. Come certifica l’ambasciatore d’Ungheria, ci sono riusciti benissimo.

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