La sconfitta di Salvini e la restaurazione nella Lega

Le vicende della Lega sono emblematiche per capire la politica italiana attuale e le sue profonde contraddizioni. Le ultime settimane hanno visto la palese crisi della leadership di Matteo Salvini, il “capitano” che aveva preso il comando in una Lega ridotta al 4% nel 2013 e la aveva portata, in appena 6 anni, al trionfo delle europee dove il Carroccio era risultato il primo partito con oltre il 34% dei voti. Un risultato degno della DC dei tempi d’oro.

Uno degli artefici di quello straordinario successo è Luca Morisi, il social media manager della Lega e “papà” della Bestia, la formidabile macchina di propaganda sui social che ha consentito l’ascesa velocissima di Salvini tra i politici più popolari. Morisi ha annunciato che non gestirà più la comunicazione del partito, sostenendo che la scelta di abbandonare è dovuta a questioni familiari, e non a disaccordi politici. L’uscita di scena della figura principale della strategia comunicativa della Lega “di lotta” avviene però proprio mentre i colonnelli leghisti, sempre meno vicini alle classiche posizioni salviniane e sempre più schiacciati sull’appoggio incondizionato a Draghi, hanno messo l’ex capitano in minoranza.

I colonnelli leghisti, da Giorgetti a Zaia, da Federiga a Fontana, non hanno mai davvero condiviso la trasformazione della Lega da partito autonomista del nord a partito nazionale con forti tendenze sovraniste. La metamorfosi impressa da Salvini ha portato  milioni di italiani del centro e del sud, precari o disoccupati, che mai avrebbero votato per un partito autonomista, a votare il Carroccio. Per questo negli anni scorsi la linea salviniana è stata subita dai notabili della vecchia Lega, che hanno dovuto ingoiare il rospo nella fase in cui Salvini aveva un consenso plebiscitario, ma il covid prima, la contestata vittoria di Biden poi e infine l’arrivo di Draghi hanno radicalmente mutato la situazione.

Le pressioni dei governatori delle ricche regioni del nord, interessate ai fondi del recovery, e dei poteri forti nazionali ed europei per l’entrata nel governo Draghi hanno costretto Salvini a cedere e hanno fatto esplodere le contraddizioni dentro la Lega.

Rappresentare i milioni di italiani anti sistema, che hanno decretato la vittoria elettorale del 5 stelle e della lega, e al tempo stesso non scontentare Confindustria e il ceto imprenditoriale del nord, favorevole al green pass, all’euro, e alle riforme chieste dall’UE in cambio della liquidità, era una missione impossibile.

Anche la scelta di federarsi con Forza Italia, annunciata più volte, appare priva di senso, sia a livello politico che elettorale. Su tutti i temi fondamentali, dall’appoggio a Monti al rapporto con l’Unione Europea, dalla gestione dell’emergenza sanitaria ai temi sensibili come aborto e legge Zan, i due partiti si sono trovati su fronti opposti. Se le ricette politiche sono lontane anche le sensibilità degli elettorati sono antitetiche. Forza Italia è ormai ridotto a un partito ampiamente sotto il 10%  con un elettorato moderato e governista, la Lega è in competizione con Fratelli d’Italia come primo partito ed è votata (a torto o a ragione) da milioni di cittadini che vedono nell’attuale sistema un nemico da abbattere e non un valore da difendere. Una federazione tra i due partiti ha lo scopo di mettere in minoranza i “sovranisti” del carroccio e blindare il partito su posizioni moderate, governiste ed europeiste.

D’altronde è già pronto il contenitore per gli scontenti, e cioè il partito della Meloni, rimasto furbamente in un ruolo di opposizione di facciata.

Le intricate vicende della politica italiana mostrano come i partiti  non rappresentino più la volontà democratica degli elettori, ma siano perennemente impegnati, attraverso manovre di palazzo, a sterilizzare il dissenso, anche a costo di perdere i voti.

Gli italiani hanno votato in massa per partiti che si dicevano popolari e nemici dei poteri forti, punendo duramente nelle urne il PD e le altre forze moderate e conservatrici. Ora si trovano al governo, votato da quello stesso parlamento a maggioranza “populista”, un banchiere centrale e uomo della grande finanza, che porta avanti con forza una programma opposto a quello chiesto dai cittadini con il voto.

E’ evidente che alla base di questo tradimento delle forze che venivano definite sovraniste non c’è l’interesse nazionale, ma neppure quello elettorale “di bottega”. I partiti sono ormai macchine gestite da notabili inamovibili, che rispondono a ordini che arrivano dall’alto, anche quando questi sono in palese contraddizione con la volontà degli elettori e con l’interesse del partito.

La scelta imposta dal sistema è quella di ridimensionare la Lega e riportarla a essere un partito del nord, alleato della destra moderata e compatibile con “grandi coalizioni” europeiste. Per obbedire a questo disegno Salvini, sotto la pressione dei colonnelli, sta rinunciando a milioni di voti e alla possibilità, garantita da tutti i sondaggi di superare insieme alla Meloni la soglia del 40% , e di dare vita a un governo senza nemmeno bisogno dei voti di Forza Italia. Evidentemente questa possibilità non è contemplata dai poteri forti che hanno imposto alla Lega un radicale cambio di linea.

Se non ci fosse da piangere per la condizione terminale della democrazia italiana ci sarebbe da gioire, per le sterminate praterie elettorali che questa decisione lascia alle forze autenticamente sovraniste, se e quando ci consentiranno di votare.

Arnaldo Vitangeli

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