La decisione di Salvini di votare gli emendamenti di Fratelli d’Italia per l’eliminazione del green pass nei ristoranti al chiuso, e contro l’estensione del “certificato verde” per i lavoratori del pubblico e del privato, ha suscitato reazioni isteriche negli altri partiti della maggioranza. A cominciare dal PD, con Letta che accusa “il capitano” di un doppiogiochismo irresponsabile che rischia di bloccare nuovamente il Paese e che mette a repentaglio la salute pubblica.

Ma oltre agli avversari/alleati del PD e del M5S, con cui la Lega governa, anche dall’interno del partito arrivano critiche e malumori. La linea barricadera (si fa per dire) di Salvini, che non vuole lasciare alla Meloni il monopolio degli elettori “no pass”, non piace per nulla ai governatori del ricco nord. Come ad esempio Zaia, che per primo ad agosto bloccò i tamponi gratuiti perché li riteneva un disincentivo per i vaccini, passando per il governatore della Lombardia Fontana che considera il green pass “uno strumento di libertà e non di oppressione”.

Che vaccini e green pass non abbiano in nessun modo e in nessuno Stato assicurato quel crollo dei contagi promesso è un dettaglio che politici, media e istituzioni varie sembrano ignorare, ma non è questo il punto. Il ricatto vaccinale (o si vaccinano tutti o manteniamo le limitazioni e in futuro non escludiamo nuove chiusure) non avrà una valenza scientifica ma ha senza dubbio una valenza politica e, soprattutto, economica.

Non solamente in Italia, ma in tutto l’occidente la agognata “libertà” si ottiene non quando i contagi calano o crollano, ma quando la popolazione è tutta vaccinata o quasi. Piegandosi all’obbligo e fingendo che la vaccinazione a tappeto garantisca la sicurezza sanitaria si ottiene la libertà politica e la possibilità di tornare alla normalità produttiva, che è quello che il ceto imprenditoriale del nord, da sempre base elettorale della Lega, chiede. Questa situazione sta facendo emergere la differenza sostanziale tra i due “popoli” che hanno consentito al Carroccio di viaggiare sopra il 30% dei consensi. Salvini infatti era riuscito a mettere sotto la stessa bandiera gli imprenditori del nord, colpiti dall’austerità di Bruxelles e dall’oppressione fiscale conseguente, e i marginalizzati del centro sud, gli abitanti delle periferie che hanno perso il lavoro o sono precari, che subiscono la concorrenza della forza lavoro dei Paesi poveri e l’insicurezza, sia a livello identitario che di ordine pubblico, delle periferie degradate.

Ma un partito che pretende di rappresentare i privilegiati e gli emarginati prima o poi deve fare i conti con le sue contraddizioni. Il Nord, ormai in parte appendice produttiva del sistema industriale tedesco e votato all’export, vede nei soldi del recovery e nel grande reset una ghiotta opportunità e non intende fare i conti con nuove chiusure per intoppi nella campagna vaccinale. Da qui le posizioni critiche dei governatori. I free vax, d’altro canto, non sono legati a specifiche categorie produttive ma sono un elettorato di opinione, che vede nella libertà il punto centrale delle sue rivendicazioni politiche.

Molti tra i contrari alla dittatura sanitaria sono elettori “anti sistema” e hanno come base sociale i cittadini scolarizzati e informati ma resi marginali, da un punto di vista economico, da decenni di austerità e globalizzazione. Piccoli commercianti, lavoratori precari e sottopagati nonostante un alto livello di istruzione, piccoli imprenditori costretti a chiudere dalla globalizzazione e dall’euro. Un popolo potenzialmente rivoluzionario e che ha ormai, dopo decenni di menzogne spudorate, ha perso ogni fiducia nel racconto che il potere fa. Pensare di tenere questa avanguardia rivoluzionaria insieme agli imprenditori del nord, conservatori per tradizione e per interesse, è stata un’operazione politica che ha funzionato quando l’Unione Europea imponeva politiche di austerità e il PIL stagnava, ma che rischia di fallire ora che l’UE mostra (pro tempore) un volto diverso e con una crescita del pil nazionale tanto sostenuta quanto squilibrata sia a livello sociale che geografico.

Ad avvantaggiarsi del nuovo corso economico post pandemico oltre alle big company industriali e finanziarie è proprio quel ceto imprenditoriale del nord che è rappresentato dal “governista” Giorgetti e che, per la prima volta da molti anni, vede prospettive di crescita economica. Della libertà, dei diritti inalienabili e della reale situazione sanitaria gli industriali padani se ne infischiano e questo per la leadership di Salvini può diventare un problema serio.

  • 2270 Sostenitori attivi
    di 3000
  • 2270 Sostenitori