La mistificazione dell’informazione: il velo di Maya per occultare la menzogna

L’italiano “mistico” deriva a sua volta dal latino mystĭcus, questo derivato dal greco antico μυστικός (mystikós) che in quella lingua indica ciò che è relativo ai misteri propri dei culti iniziatici.

Mistica e mistificazione devono avere una parentela etimologica molto stretta, e se non fratelli di sangue, di certo sono buoni cugini. Pertinenza cultuale, il primo termine rimanda alla sfera semantica di teofania e meraviglia, terrore e stupore. In breve, l’ambivalente natura del sacro… ed è un mistero in sé, come la scienza, corpus antidogmatico per eccellenza, faro epistemologico il cui esercizio d’elezione sarebbe lo scivolone sulla buccia di banana — svarioni e progressivi aggiustamenti — abbia negli ultimi due anni invece abbandonato tradizione ed esperienza consolidata per il temerario salto nel buio, un tuffo fideistico nella mistica più assoluta, nel torbido di un dogma assiomatico e indiscutibile. Di fatto, a non esser opinabile, è giusto solo l’articolo di fede.

E proprio per un perverso, nonché ironico, gioco degli opposti, tra mistica e mistificazione, in questi giorni si stende un velo sottile e per nulla pietoso, un diaframma permeabile in un senso e nell’altro, attraverso cui i due ambiti diventano mescibili se non consustanziali.

Con il potere suggestivo e trasformativo di tv e giornali, è ormai di fatto possibile veicolare un messaggio e il suo esatto contrario nell’arco di 24 ore e senza che l’intelligenza collettiva se ne senta offesa o ne rilevi una qualche incongruenza. Gli esempi potrebbero essere infiniti.

Uno per tutti, l’audio “scandaloso” del ministro israeliano che assevera come il green pass non sia misura sanitaria, bensì serva a spingere (dunque a ricattare) le persone. Di fatto, una mera misura politica e uno scandalo, ma uno scandalo è tale posto che vi sia qualcuno a scandalizzarsi. In altri tempi ciò avrebbe sollevato polveroni, mentre oggi la fantasia costruita sopravanza l’oggettività dell’essente, imponendo il velo come ostacolo alla benché minima verifica. Si parla appunto di dissonanza cognitiva. Tipico atteggiamento che attiene alla sfera del religioso, della fede assoluta, dove per tensione misterica, si superano i conflitti latenti tra ragione e sentimento e si compie il salto trascendentale.

Con i poteri della propria māyā Indra si presenta in differenti forme”, così è scritto nel Ṛgveda (VI, 47,18) e Arthur Schopenahuer, traghettatore dell’induismo in Europa, parlava del velo di Maya come l’illusione che osteggiava l’uomo nella sua esperienza diretta, appunto mediata da una membrana deformante. E di veli non è parca la storia. A partire da quello di Iside, Antico Egitto, “Io sono tutto ciò che è stato, che è e che sarà; nessun mortale ha mai sollevato il mio velo”.

Ed è così che dal mito platonico della caverna al cinema di Kubrick passando per Orson Welles, Quinto Potere e non disdegnado The Truman Show, la de-formazione dell’in-formazione come prassi consolidata per la “creazione” spesso ex nihilo di una realtà funzionale a processi di interesse “maggiore”, da sempre e in ogni cultura, questo mysteryum iniquitatis (Talleyrand: “Parlo anche, come sempre, per ingannare.”) è stato veicolato sottotraccia, ventilato, insufflato in orecchie tese, purché pronte a recepire che esiste una filosofia del tradimento sottesa al flusso storico: Adorno rivelava, “tra i motivi della critica della cultura ha sempre occupato un posto centrale il motivo della menzogna”.

Con l’abbandono di fatto dei modi della rappresentatività democratica, le democrazie contemporanee vivono attraverso l’immagine di sé fornita dai mass media. La tragicità del reale viene mistificata, nascosta sotto il “velo” ameno e patinato della pubblicità, sotto il quale occhieggia il vero volto del dominio (tema trattato in modo eccentrico nel racconto Eight O’Clock in the Morning di Ray Nelson, che ispirò Essi Vivono di John Carpenter, quest’ultimo datato 1988).

E ancora una volta l’inquietudine di uno scenario di fantasia legata a una storia verosimile, è l’ispirazione di un cineasta ambiguo e geniale come M. Night Shyamalan, ritrovando in tutta la sua produzione questa rifrazione illussionistica tra essere e apparire, questa cornucopia di segni alieni alla quotidianità, la grande paura di oggetti “invisibili”, ma percepiti come realtà concreta ai margini del campo percettivo, dove allignano mostri e sonno della ragione. Parliamo del film The Village (del 2004), pellicola agita nel solco dell’adusa abilità, segno distintivo di Shyamalan, di costruire finali ad effetto (twist ending) con il disvelamento di elementi che ribaltano l’intera lettura del film, costringendo lo spettatore a riconsiderare quanto appena visto, capovolgendone la prospettiva. Senza voler rovinare la sorpresa a chi ancora non lo avesse visto, basti delineare che alla fine del XIX secolo gli abitanti di un piccolo villaggio vivono isolati sulle colline, nel terrore delle creature “innominabili” che vivono nel bosco adiacente. Le creature hanno sempre convissuto pacificamente con gli abitanti del villaggio, nel mutuo patto che loro non entrassero nel bosco, ma un giorno iniziano a presentarsi con tutta una parafernalia di segni ostili… The Village mette in scena il territorio di una comunità isolata, un esperimento su piccola scala, dove a produrre terrore e paranoia è la stessa idea dell’esistenza di qualcosa d’altro oltre il perimetro della comunità stessa. Il film presentifica l’incombere di un “fuori” ignoto, minaccia per lo status quo, in contrapposizione a una zona di comfort interiore, spazio usualmente avvertito come “realtà” quotidiana. Shyamalan dissemina il set di segni disposti a mo’ di confine visivo e psichico intorno agli attori, diventando il proscenio un territorio alieno, uno spazio il cui mandato egemonico è quello di separare i suoi abitanti dalla realtà per consegnarli al territorio di una finzione suprema in grado di fare le veci del mondo. In breve, la costruzione di una realtà eterodiretta. Un artificio retorico anch’esso antico (pensiamo a Deserto dei Tartari di Dino Buzzati o alle reiterazioni della macchina burocratica/incubo, di fatto mai visibile, nella letteratura di Kafka), ma qui rifunzionalizzato in una chiave postmoderna e tremendamente vicina al villaggio global/globalista che ci tocca di subire in questi giorni bui.

Da una doppia articolazione dunque muove il film. Da un lato le creature “innominabili”, e il tema del nome legato a un’ancestrale mistica che vuole la nominazione, appunto, come la designazione di un destino (nomen omen, dicevano i latini), l’emersione di una realtà definita, laddove non potrebbe che esservi il continuum dell’indistinto.

E vediamo ogni giorno quanto il nome, o meglio il “titolo” o lo “strillo”, abbia un’importanza decisiva per la macchina da guerra del giornalismo; l’oggettivazione di un dissenso ad uso e consumo dei media, non può che esitare nella creazione di un lemma da neolingua, come categoria finta, un costrutto da ingegneria sociale.

Quando il M5S ai suoi vagiti iniziali si configurava come creatura inorganica al potere, i suoi militanti non assurgevano a dignità maggiore che a un disprezzato “grillini”, per tv e giornali. Solo dopo esser stati normalizzati, inglobati e infine acquisiti, vennero definiti con un più dignitoso “pentastellati”. Il segno che il rito di passaggio s’era consumato, stava tutto qui, nell’attribuzione di un nomen. Oggi lo fanno con la tetragona etichetta del “no vax”. Il gioco di creare categorie per annegare il dissenso in un mare non identitario, è vecchio come il cucco.

Risale alla caccia alle streghe, dove ogni donna che avesse un piede nella tradizione ctonia, depositaria di una farmacopea ancestrale e umana, prima ancora che l’uomo diventasse una categoria specifica, veniva mostrificata da un potere intrinsecamente malvagio, lo stesso che oggi pratica l’ostensione contro un nemico immaginario. Al tema del nome, sull’altra sponda del film, si affianca la chiara valenza metafisica, e metaforica, di una reltà invisibile ma che esercita, in forza di segni e significati cucinati nelle fucine profonde del potere, una poderosa violenza psichica, provando quanto la fisica quantistica va dicendo da tempo, ossia che testimone e pensiero hanno un ruolo chiave nel concretizzare la realtà fisica.

Al di là della chiara simbolica metatestuale, è sottesa un’ovvia metafora al film, la realtà facilmente esperibile da ognuno di noi, soprattutto in questi giorni, bastando varcare la soglia del villaggio globale per accorgersi come la narrativa, e la realtà da essa narrata, cambi d’emblee. Basti pensare che nei paesi fuori dal cappello NATO, la dimensione ansiogena relativa alla pandemia vira ex abrupto. Non più mascherine, non più restrizioni, meno morti, giornalismo più aderente alla realtà dei fatti, ripristino dei diritti minimi, eventi culturali di nuovo incentivati. Ciò ci rispedisce in quella selva informativa creata appositamente per occultare il vero e per rimodellare la coscienza e l’intelligenza degli italiani secondo gli stilemi di una ideologia neo-totalitaria, tanto più insidiosa in quanto il suo totalitarismo è imposto in maniera “subdola” e mascherata, all’insegna di quella che è ormai una pseudo democrazia.

Nell’infinita rifrazione della realtà attuale o della sua rappresentazione, c’è un posto che coagula un ottimo esempio di che cosa sia un crostrutto artato. Hogeweyk 1, in Olanda, è una struttura di cura per pazienti affetti da demenza, in cui 150 persone risiedono in una micro-cittadina comprensiva di negozi, parrucchiere e servizi, tutti gestiti da personale medico “in borghese”. Un vero set cinematrografico o finto villaggio in cui nessuno è ciò che è, ma tutti fingono di essere qualcun altro, in cui i malati di Alzheimer si aggirano tra medici e infermieri travestiti da cassiere, impiegati di banca, ortolani, idraulici. Una bolla “magica” facilmente riproducibile su larga scala, ça va sans dire, e potenzialmente malevola, non volendo cedere all’imperdonabile errore prospettico che lassù qualcuno ci ami.

GIOELE VALENTI

 

 

 

 

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