Parole, parole, parole come cantava Mina. La conferenza stampa dell’uomo del “Whatever it takes”, del “migliore” tenuta assieme ai ministri del Lavoro e delle Politiche Sociali Orlando e Giorgetti si è risolta in un alternarsi di promesse e minacce che non lo distinguono da un Giuseppi Conte qualsiasi

Draghi parla di “nuovo patto sociale” e parla come un populista qualsiasi: parla di “difendere pensioni e salari” e per tale motivo avrebbe incontrato i sindacati. Parla di tagliare le tasse, di salario minimo, di caro energia e di contratti e cerca di blandire il Movimento 5 Stelle arrivando a sostenere che “non c’é governo senza il Movimento 5 Stelle, né c’é un governo Draghi altro che l’attuale”.

Ecco a cosa servono tutte quelle “parole, parole, parole”. A tener buona quell’ala a 5 stelle che non si è “dimaizzata” e che ancora minaccia di far cadere l’esecutivo. Ma Draghi usa bastone e carota: “Con gli ultimatum il governo non lavora e non ha senso” aggiunge, sulla linea d’onda del “ne ho piene le tasche” di qualche giorno fa.

Di fatto dalla conferenza stampa traspare questo: paura. La paura di Draghi di vedersi far le scarpe dal suo predecessore Conte. E forse la cosa lo infastidirebbe più per orgoglio che per un’effettivo attaccamento ad un ruolo che probabilmente si sta preparando a lasciare per un posto nella NATO. Ma di certo altri sono terrorizzati dalla possibile caduta del governo, in primis l’ex pupillo dei Cinque Stelle Di Maio che parla di “costi enormi” in caso di caduta di Draghi. Il costo enorme per lui di tornare nel nulla da cui è venuto.

Di fatto il “go9verno dei migliori” comunque non appare all’altezza della sua fama e si vede un Draghi messo in scacco da un Conte che non appare tanto deciso, a tal punto da rischiare di apparire, come ha scritto Marco Travaglio, come l’uomo dei penultimatum.

Ma i “migliori” appaiono terrorizzati anche dai penultimatum

ANDREA SARTORI

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