Fino a quando l’Ucraina potrà reggere, quanto sono gravi i danni che i bombardamenti russi hanno inflitto alle sue infrastrutture energetiche? Il commissario dell’Unione Europea alla gestione delle crisi e alla protezione civile, Janez Lenarčič, ha sciolto tutti i dubbi giovedì 17 novembre 2022. Ormai la distruzione delle infrastrutture è al punto critico, ha detto.

In traduzione:

La distruzione dell’infrastruttura energetica dell’Ucraina sta raggiungendo un punto critico. L’Unione europea sta lavorando  ininterrottamente per contribuire al mantenimento dell’approvvigionamento elettrico. In questo momento, attraverso il meccanismo europeo di protezione civile vengono consegnati ulteriori aiuti provenienti da Belgio, Finlandia, Germania, Slovacchia, Lussemburgo, Svezia.

L’Ue può mandare combustibile e generatori per ospedali, case di riposo e simili: ma ben poco ormai funziona e l’Ucraina ha anche finito i pezzi di ricambio necessari per le riparazioni, ragion per cui ha inviato l’ennesima lista della spesa a Washington e a Bruxelles. Ora sono senza elettricità 10 milioni di ucraini: circa un quarto della popolazione. Praticamente impossibile che l’Ucraina riesca a superare l’inverno in queste condizioni.

Distruggere le infrastrutture per l’energia significa mettere ko la capacità militare: spostamenti di truppe, approvvigionamenti, arrivo di vettovaglie e di munizioni al fronte. E certo significa provocare gravi sofferenze ai civili, soprattutto ora che il freddo è ormai arrivato.

Ma in Ucraina diventa quasi una notizia a sé ogni civile rimasto vittima diretta dei bombardamenti. Sia chiaro: è enormemente di troppo anche un solo singolo morto, anche un solo singolo ferito. Tuttavia non ci sono paragoni con bombardamenti tipo quelli di Belgrado o di Baghdad, al termine dei quali si raccoglievano anche i cadaveri: e non solo i cocci delle infrastrutture.

Cosa farà, ora, la popolazione rimasta al freddo e al buio? Presumibilmente chi può se ne andrà. Lascerà soprattutto le città, che dipendono completamente dal funzionamento dalle infrastrutture e dall’ininterrotta disponibilità di energia.

In campagna è possibile trovare acqua e un po’ di patate, fare legna, accendere la stufa. In città, se manca la luce dopo un po’ non funzionano neanche i rubinetti. Per non parlare degli impianti di riscaldamento e della logistica che rifornisce i negozi.

Ma soprattutto, prevedibilmente, milioni e milioni di persone fuggiranno verso ovest. Verso l’Unione europea.

Non si chiude la porta neanche davanti a un cane: figuriamoci se la si chiude davanti alla gente che ha freddo e fame. Però bisognerà pur metterli sul conto di qualcuno, questi ulteriori profughi che arrivano in un’Europa stremata dalla crisi economica dovuta a guerra ed effetti – diciamo – collaterali delle sanzioni contro la Russia.

In teoria bisognerebbe metterli sul conto delle scelte politiche dell’Unione europea e dei suoi governanti. Che invece hanno costretto i cittadini a pagare il conto, metaforico e anche pecuniario, di questa guerra che la stragrande maggioranza degli europei non vuole e non approva. Dovremo ricordarcene, quando sarà finita.

GIULIA BURGAZZI

 

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