Le proteste animano le strade di Tel Aviv ormai da settimane. Dopo il ritorno di Netanyahu al governo, Israele sta attraversando un periodo di gravi tensioni sociali e politiche. Forse uno dei più complessi per il Paese.

Il leader della maggioranza e il suo ministro della Giustizia stanno infatti portando avanti un’agenda di riforme che, nei loro intenti dichiarati, mira a rendere il sistema giudiziario più rappresentativo del voto dei cittadini. La questione ha però spaccato il Paese in due, innescando tensioni talmente forti che alcuni temono si possano risolvere in un “vero e proprio bagno di sangue”.

Tra chi avversa il contenuto delle riforme c’è il presidente della Corte Suprema, Esther Hayut, ad esempio: non nasconde il timore che questi cambiamenti costituiscano un grave pericolo per la democrazia. Ma è davvero così?

ISRAELE, LA RIFORMA DEL SISTEMA GIUDIZIARIO

Il ministro della Giustizia israeliano, Yariv Levin, ha avanzato delle proposte di legge che, se approvate, rivoluzioneranno il rapporto tra Parlamento e Corte Suprema, la funzione di quest’ultima nonché il percorso di nomina dei suoi giudici. In sostanza una vera e propria ridefinizione dei rapporti di potere in campo: legislatori da una parte, giudici dall’altra.

Il primo fatto contestato da Netanyahu e dai suoi alla Corte Suprema è che questo organo giuridico avrebbe troppo potere rispetto ai legislatori eletti dal popolo. In risposta a ciò, Levin ha proposto di ribilanciare i due poteri, restituendo più margine d’azione ai deputati. Questi potrebbero annullare le decisioni prese dalla Corte Suprema raggiungendo la maggioranza, pari a 61 voti su 120. Questa scelta tuttavia di fatto priverebbe la Corte Suprema del suo prezioso ruolo super partes. L’organo giuridico infatti finirebbe letteralmente per dipendere dalle decisioni del Parlamento.

La seconda proposta del governo riguarda la nomina dei giudici e vuole cambiare le modalità attraverso cui vengono scelti i membri della Corte. Anche in questo caso, la riforma prevede che il ruolo principale spetti alla maggioranza di governo, e non più alla commissione supervisionata dal ministro della Giustizia e composta da giudici, deputati e avvocati rappresentanti della Israeli Bar Association (dall’inglese, Albo degli Avvocati di Israele).

Infine la clausola di ragionevolezza utilizzata dalla Corte Suprema. Quest’ultima, durante la scelta dei ministri del governo Netanyahu, aveva considerato irragionevole che Aryeh Deri divenisse ministro degli Interni e della Salute, dati i noti trascorsi come evasore del fisco. Nessuna legge proibiva a Deri di ricoprire la carica, tuttavia la decisione della Corte aveva bloccato la nomina. Levin vuole abbandonare questa clausola definitivamente. In questo modo la Corte potrebbe esprimere solo un semplice consiglio non vincolante.

OPPOSIZIONI E PROTESTE

Chi si oppone alle riforme lo fa principalmente perché ritiene che la finalità ultima del governo sia esautorare la Corte Suprema, accentrando il potere di legiferare e quello di controllare nelle stesse mani. Da questo punto di vista, il sistema giudiziario pertanto ne uscirebbe fortemente indebolito, a beneficio del governo. Ciò ha fatto gridare molti allo scandalo.

In migliaia sabato 11 febbraio 2023 si sono riuniti di fronte al Parlamento al grido di “Israele non è una dittatura” e “Vergogna, vergogna, vergogna”. Chi si aspettava di arrivare a un accordo in tempi brevi è rimasto sicuramente deluso dalla strenua opposizione del leader della minoranza Yair Lapid. Il politico ha affermato che la condizione necessaria per arrivare a un dialogo con l’altra parte è che si interrompa immediatamente ogni proposta di riforma.

Secondo qualcuno in realtà siamo lontanissimi da un accordo. Della stessa opinione è il presidente israeliano Isaac Herzog, il quale ha pregato le parti di ragionare e trovare un compromesso. “Sento, noi tutti sentiamo, che il Paese è sull’orlo di gravi scontri sociali”, così ha parlato Herzog ai connazionali.

Non sono pochi sono poi coloro che considerando la Corte Suprema l’ultimo baluardo di democrazia nel Paese, e vedono nel suo indebolimento anche l’unica possibilità che ha Netanyahu di evitare il carcere per le accuse di corruzione. Dal canto suo, il leader della maggioranza taglia corto e parla di caccia alle streghe da parte dei media e degli avversari politici.

Un professore di diritto internazionale all’Università di Tel Aviv, Aeyal Gross, ha affermato senza mezzi termini che un “governo senza limiti finisce per distruggere qualsiasi idea si abbia di democrazia”. “L’unico Paese che permette al Parlamento di contestare le decisioni della Corte Suprema è il Canada”, ha continuato Gross: “Tuttavia il Canada ha una costituzione, mentre Israele non ha nemmeno quella. “Israele sta prendendo il peggio che ha trovato in giro, senza però avere le garanzie che hanno gli altri Paesi”.

LE CONSEGUENZE PER ISRAELE

Le riforme del sistema giudiziario israeliano stanno avendo ripercussioni anche sull’economia. Molte start-up, secondo i grandi gruppi bancari, starebbero ritirando i propri soldi da Israele. Il pericolo di investire in un Paese che non è stabile è percepito come forte e chiaro.

Alcuni economisti e personaggi dell’ambiente universitario si dicono preoccupati che Israele faccia la fine della Polonia, la cui affidabilità creditizia venne abbassata in seguito alle riforme del sistema giudiziario del 2016.

Altri invece giurano che i cambiamenti in arrivo non potranno che giovare e dare una sferzata all’economia adesso un po’ stagnante.

Uno scenario come questo, già difficile da sostenere per chiunque, diventa però insopportabile per un Paese che è uscito da tre anni di emergenza sanitaria, restrizioni e tensioni locali mai sanate.

Vedremo se Israele riuscirà a trovare un compromesso.

MARTINA GIUNTOLI

 

 

 

 

 

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