Il canarino nella miniera del Covid si chiama Israele. La sua decisione di somministrare la quarta dose di vaccino ad ultrasessantenni e sanitari è paragonabile al preoccupante silenzio del piccolo pennuto. Un silenzio che inquieta perfino un virologo mainstream come Crisanti.

Un tempo, i minatori portavano con sé durante il lavoro canarini abituati a cantare sempre. Finché lo facevano, attraverso la loro stessa esistenza in vita certificavano che non erano in corso fughe di gas letali.

Israele è stato il primo Paese a vaccinare con due dosi gran parte della popolazione e a trovarsi, la scorsa estate, con gli ospedali pieni di vaccinati: cosa che sta accadendo ora anche in Italia. Donde l’idea, rivelatasi non risolutiva, della terza dose.

Pfizer e Moderna hanno interrotto da tempo gli studi a doppio cieco sulla durata della protezione offerta dai vaccini. “A doppio cieco” significa che né i volontari né i medici che li seguivano sapevano se avevano ricevuto davvero il vaccino o un’iniezione placebo, cioè priva di qualsiasi efficacia. E’ il metodo che gli scienziati ritengono indispensabile per raccogliere dati oggettivi e non viziati dai comportamenti individuali o dall’autosuggestione.

Il Governo israeliano ha deciso per la quarta dose senza poter disporre di dati sul livello di immunità, così come non li aveva quando ha dato il vialibera alla terza dose. Lo ha ammesso l’infettivologo Galia Rahav, aggiungendo che tuttavia una decisione andava presa in fretta.

In Italia, Crisanti – che pure ritiene necessaria la terza dose – definisce “preoccupante” la quarta dose israeliana. Fa notare che “non è un segnale buono” rispetto alla speranza di avere con la terza dose uno scudo solido e duraturo.

Se il vaccino, ormai è conclamato, non va oltre il celeberrimo “funzionicchia”, non sarà il caso di cambiare strategia? Secondo il Presidente del Consiglio italiano, meglio perseverare. Continua a dire che il vaccino è essenziale.  Però il canarino israeliano tace.

GIULIA BURGAZZI

 

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