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Notizie21 Marzo 2022

“Io sono un autarchico”: parola d’ordine del governo dei migliori

Visione TVDi Visione TV·8822 contenuti pubblicati
Arnaldo Vitangeli analizza il ritorno dell'autarchia in Italia, evidenziando la crescente dipendenza dalle importazioni. Si discute anche delle implicazioni economiche e sociali di questa situazione, con un focus sulla produzione alimentare nazionale.
Punti chiave
  • L'Italia riscopre il 'fai da te' dopo decenni di globalizzazione.
  • L'aumento dei prezzi delle materie prime ha messo in crisi la produzione.
  • Solo il 36% del grano tenero consumato è prodotto in Italia.
  • Le politiche europee hanno danneggiato la produzione agricola nazionale.
  • Il governo considera misure drastiche per garantire la sicurezza alimentare.
L'articolo

Contrordine compagni: ad un secolo di distanza dalla politica di autarchia voluta da Mussolini l’Italia riscopre il fascino del “fai da te”, anche se in chiave parzialmente continentale, e tenta di rilanciare la produzione nazionale in tutti quei settori che da 40 anni sono stati abbandonati in nome dell’ideologia della globalizzazione.
Il ritorno della Storia, sotto forma di guerra tra Russia e Ucraina, ha fatto piazza pulita del progetto globalista che, fino a pochi anni fa, sembrava trionfare.
Idrocarburi, grano, mais, metalli, concimi e molto altro, non solo hanno visto un aumento fortissimo dei prezzi, ma non arrivano in quantità sufficiente per soddisfare il nostro fabbisogno.

Le sconvolgenti parole di Draghi e Visco, su prezzi calmierati e razionamenti, mostrano improvvisamente l’estrema vulnerabilità della nostra catena produttiva, dipendente in tutto e per tutto dalle materie prime e dai semilavorati provenienti dall’estero.

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E dunque come se nulla fosse oggi quelli che ci dicevano che l’economia nazionale non aveva senso, che dovevamo pensare in termini globali, che dazi e limiti alle importazioni erano una follia, oggi ci spiegano che dobbiamo tornare a produrre ciò che ci è indispensabile, a cominciare dal più insostituibile dei beni: il cibo.
L’Italia, il Paese che ha insegnato a mangiare a tutto il mondo, è oggi largamente dipendente dalle importazioni per sfamare i propri cittadini.
Produciamo appena il 36% del grano tenero che consumiamo, il 53% del mais, il 51% della carne bovina, il 56% del grano duro per la pasta, il 73% dell’orzo, il 63% della carne di maiale.

Questo, ovviamente, non perché non ci siano le condizioni per produrre quanto consumiamo, ma perché in base all’ideologia mercatista è più “conveniente” importare prodotti a basso costo dall’estero che produrre in casa, politica questa che tra l’altro ha segnato il progressivo declino della condizione di vita dei lavoratori e la chiusura di centinaia di migliaia di aziende italiane, che non potevano competere con i prezzi delle analoghe merci cinesi o di altre nazioni dove il costo del lavoro è vicino allo zero.

Come se non bastasse anche l’UE ha dato un colpo micidiale alla nostra produzione, imponendo quote e regole severe per la produzione agricola, e vietando gli aiuti di stato e l tutela della produzione nazionale nell’industria.

Adesso ci accorgiamo che ci possono lasciare senza cibo e proviamo a ingranare la retromarcia, con il ministo Patuanelli che vuole persino rinunciare ai progetti “green” pur di trovare il modo di sfamare la nazione.

Ma ormai ogni tabù è stato infranto, dal blocco delle esportazioni, alla riconversione dei terreni, dai sussidi agli agricoltori all’utilizzo dell’OGM.
E dire che giuravano che il mercato fosse capace di autoregolarsi e che, inevitabilmente, saremmo andati verso un mondo senza nazionalismi e con un unico modello di produzione e consumo.

ARNALDO VITANGELI

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