Il triste “secondo tempo” dei testimonial pro vax

E’ passato esattamente un anno da quando l’allora Commissario Straordinario Arcuri lanciava sulle pagine del Corriere della Sera la campagna vaccinale con queste parole: “Sarà una campagna di comunicazione emozionante, cui parteciperanno registi, direttori d’orchestra e letterati che vogliono bene al Paese”.

Oggi potremmo commentare di aver scoperto con una certa sorpresa che a far parte di queste categorie sono i Fedez, i J Ax e le Littizzetto di turno, ma effettivamente sarebbe come sparare sulla croce rossa…

Proviamo dunque a fare un ragionamento diverso: con questo annuncio Arcuri si collegava al principio ultimo e più determinante di ogni campagna pubblicitaria: l’oggetto della promozione deve essere visto come appetibile, desiderabile, soprattutto perché vincente.

Voglio il detersivo apparso in Tv perché è quello che cancella le macchie più resistenti, PIU’ DI OGNI ALTRO.

Ecco dunque che quando sono scesi in campo, obbedienti ed ordinati, i vari influencer e “divi di Stato” a sostenere le ragioni della salvifica punturona, lo hanno fatto, coerentemente, prestando la propria immagine più o meno vincente ad un sogno, al prodotto che “ci avrebbe fatti uscire dall’incubo”.

Fosse effettivamente andata così potremmo oggi stare ad obiettare sulla sincerità della loro posizione e su altre incoerenze, ma da un punto di vista del marketing l’operazione sarebbe stata un successo e le parole di Arcuri sarebbero in qualche modo risuonate come profetiche.

Oggi, un anno dopo, si celebra invece la morte assoluta e definitiva di tutte le promesse vane che erano state fatte, e dunque i testimonial divengono ipso facto i promotori di un fallimento. Crediamo che qualcuno, foss’altro per amor proprio, se ne stia accorgendo (azzardiamo che la Mara Venier particolarmente incalzante delle ultime settimane possa essere non felicissima del ruolo da lei rivestito nella campagna di cui parliamo…), ma ci sono indubbiamente anche casi opposti, ovverossia  gli ultimi giapponesi del vaccino, che continuano la loro opera instancabile di convincimento  informandoci dalle pagine social che sono tutti contagiati dopo essere stati “immunizzati”, bi-“immunizzati” o tri-“immunizzati”, che sono sintomatici, ma che “sicuramente sarebbero morti” (Billie Elish docet) o in terapia intensiva se non avessero fatto il vaccino. Dubito esista un solo individuo sano di mente pronto a farsi convincere da tali argomentazioni…

Quando si vuole vendere un sogno e poi ci si riduce a provare di riparare l’irreparabile l’effetto è certamente quello di un triste secondo tempo di un film. Che lascia addosso malinconia e disagio.

Ma dimostra una cosa in più: che gli strateghi di questa campagna così “emozionante” non capiscono certo nulla di virologia. Ma non capiscono neanche un bel niente di pubblicità.

ANTONELLO CRESTI

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