Dagli altari alla polvere. Boris Johnson, l’ “eroe” delal Brexit, è in crisi profonda. Le dimissioni di due ministri chiave quali Il ministro delle Finanze Rishi Sunak e quello della salute Sajid Javid sembrano segnare la fine politica dell’ex sindaco di Londra che ha guidato il Paese nel divorzio dall’Unione europea. E tutto questo nel contesto della difficile crisi russo-ucraina, crisi nella quale Johnson si è distinto per le sue posizioni intransigenti, da vero falco distaccandosi da punti di vista più diplomatici quali quelli di Macron e Scholz e avvicinandosi alla durissima linea bellicista sostenuta anche da Mario Draghi.

Tutto questo ha a che fare con la guerra? A differenza della crisi di governo italiana, nella quale le posizioni da falco di Mario Draghi sull’invio delle armi e sulle sanzioni giocano un ruolo chiave nel malcontento e nella ribellione dell’ala contiana del Movimento 5 Stelle, la crisi britannica pare non aver nulla a che fare con tutto ciò.

Il motivo scatenante della crisi dell’esecutivo Johnson pare essere il cosiddetto “scandalo Pincher”. Questo mister Pincher, uno dei fedelissimi di Johnson, si sarebbe ubriacato in un gentlemen club di Londra finendo poi per molestare due uomini. Dopo tutto questo è emerso che Pincher aveva già dei precedenti simili, ma Johnson lo aveva sempre riconfermato.

Questo non significherebbe nulla: si sa che gli scandali a orologeria sono fatti apposta per cercare di far fuori un personaggio per motivi che spesso non c’entrano nulla. Ma bisogna anche sottolineare che Johnson non è nuovo a questo tipo di attacchi. Ben prima che scoppiasse la guerra russo-ucraina il Primo Ministro di Sua Maestà ha dovuto affrontare lo “scandalo Partygate” legato al party natalizio tenuto a Downing Street in barba ai divieti che lo stesso Johnson aveva imposto al resto del popolo inglese. In quel caso si poteva anche immaginare che Johnson potesse essere stato colpito perché stava levando le restrizioni vaccinali. In realtà probabilmente la questione parte da più lontano e riguarda la “lotta al populismo”.

Boris Johnson è stato da sempre percepito come una specie di gemello british di Donald Trump per idee e addirittura per somiglianza fisica. La Brexit e l’elezione di Trump sono stati i due grandi shock interni per l’attuale élite, e Boris Johnson è l’ultimo dei mohicani, l’unico populista ancora al potere dopo la stagione trumpiana e gialloverde. Quindi è molto probabile che la guerra a Johnson sia dovuta a questo.

Difficilmente il Regno Unito cambierà la sua politica verso la Russia se cambia il premier. La crisi tra il Regno Unito e il Cremlino data almeno dal 2006, dopo l’assassinio di Aleksandr Litvinenko, ex spia del KGB e cittadino britannico, che portò Londra vicinissima alla rottura diplomatica con Mosca. All’epoca il primo ministro era ancora il laburista Tony Blair. Il copione si ripeté nel 2018 con le accuse lanciate dalla conservatrice Theresa May a Putin riguardo il presunto avvelenamento di Skripal’. La verità è che Londra e Mosca sono acerrime nemiche da sempre, basta conoscere la storia del Grande Gioco in Asia Centrale. Persino nei rari momenti in cui furono alleate, nelle fasi principali delle guerre napoleoniche e nelle due guerre mondiali, Inghilterra e Russia si sono guardate in cagnesco.

Paradossalmente, e l’ha dimostrato Trump, è più facile la distensione con Mosca possa arrivare da un cambio ai vertici a Washington. E anche qui le ragioni storiche non mancano: Caterina la Grande fu la prima monarca a riconoscere ufficialmente l’indipendenza americana, nell’Ottocento Russia e Stati Uniti ebbero rapporti cordialissimi (addirittura Lincoln e Alessandro II stabilirono un’alleanza militare contro i Conferderati), anche durante la Guerra Fredda vi furono momenti di distensione e, se arriviamo all’oggi, da un lato il vero competitor è la Cina e non la Russia e dall’altro l’unica voce sensata su questa crisi è arrivata da uno dei pezzi grossi del Deep State americano, Henry Kissinger

La caduta o meno di Johnson non influirà sulla guerra perché non crediamo neppure che sia legato a quello. Invece c’é molto da sperare nella caduta di Draghi, il più bellicista e intransigente fra i leader europei. Una volta saltato lui, le posizioni di Macron e Scholz potrebbero diventare più accomodanti e più disposte a portare tutti attorno ad un tavolo, ed è più facile che a Roma salga qualcuno che ripristini la classica posizione italiana di mediazione tra Russia e Occidente, posizione condivisa da un altro uomo chiave che fisicamente si trova in Italia, ovvero Papa Francesco.

La probabile caduta di Johnson è ancora un capitolo della stagione della lotta ai populismi. Paradossalmente la Gran Bretagna, che solitamente anticipa la Storia, stavolta è indietro

ANDREA SARTORI

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