Il mistero della morte di David Rossi, tra strani festini, depistaggi e deep state italiano

David Rossi

Nella storia italiana recente sono poche le vicende che risultano oscure e inquietanti quanto quella del presunto suicidio di David Rossi, il capo della comunicazione della banca Montepaschi, trovato morto la sera del 6 marzo 2013 sotto la sede centrale della banca senese.

Quel giallo oggi torna agli onori della cronaca perché, dopo due inchieste archiviate come suicidio, alcune dichiarazioni rese alla Commissione d’inchiesta parlamentare da uno dei sui protagonisti, il colonnello dei carabinieri Pasquale Aglieco, gettano ombre pesantissime sull’operato dei magistrati, che avrebbero inquinato e compromesso la scena del crimine.

La morte di Rossi, frettolosamente archiviata come un suicidio, avvenne nel contesto del crack del Monte dei Paschi, le cui cause sono legate a importanti interessi dell’alta finanza internazionale, e che aveva imposto allo Stato italiano una serie di salvataggi della banca.

La Procura di Siena aveva avviato, alcuni mesi prima della morte di Rossi, un’indagine sulla gestione della banca da parte dei dirigenti che l’avevano guidata fino al 2012. Sotto indagine era in particolare l’operato del presidente Giuseppe Mussari, molto vicino allo stesso Rossi.

Rossi aveva confidato ad alcune persone a lui vicine, tra cui sua moglie e una consulente di MPS di nome Carla Ciani, di avere paura di essere arrestato e di perdere il lavoro. Ma secondo l’autore del libro “Il caso David Rossi” emerge, dal racconto di uno dei legali della banca, Riccardo Quagliana, che le preoccupazioni dei vertici di MPS erano ben più gravi rispetto alla possibilità di una condanna: «Abbiamo avuto minacce di morte, hanno detto che ci ammazzavano i bambini (…). Era una situazione complessa, molto complessa che su tutti i dirigenti della banca, quelli più alti, aveva un peso non indifferente tanto che io decisi di non trasferire più la mia famiglia perché trovai una testa di maiale con una maschera sotto casa» affermerà poi.

L’ipotesi del suicidio, dovuto allo stress e alla paura di perdere il proprio status e finire sotto indagine, andava dunque integrata con l’ipotesi di un omicidio finalizzato a impedire a Rossi di dire quanto sapeva su una grave vicenda che coinvolgeva direttamente alcune delle più potenti banche del mondo. Appena due giorni prima di morire David Rossi aveva scambiato alcune mail con Fabrizio Viola, il nuovo presidente della banca, in cui lo stesso Viola invitava Rossi a telefonare ai magistrati e a chiedere un appuntamento urgente.

Nonostante tutti questi gravissimi elementi la tesi del suicidio fu data per certa e il caso fu frettolosamente chiuso in totale assenza di indagini.

Incredibilmente gli investigatori non avevano sequestrato i reperti, non avevano fatto analizzare i vestiti e i fazzoletti di carta sporchi di sangue, non avevano analizzato il DNA e le tracce ematiche nell’ufficio, non avevano acquisito i video delle 12 telecamere di sorveglianza, non avevano fatto fare gli esami istologici sulle ferite rilevate sul corpo del manager, tra cui una profonda ferita alla testa non compatibile con la caduta.

Alla commissione di inchiesta il generale Aglieco ha dichiarato di essere entrato nell’ufficio di Rossi subito dopo la sua morte per circostanze casuali, avendo visto una pattuglia della polizia davanti alla sede di Monte dei Paschi mentre andava a comprare un pacchetto di sigarette.

Il colonnello era quindi salito nell’ufficio da cui Rossi era precipitato, insieme a Marini, il pm quella sera di turno, prima dell’arrivo della polizia scientifica che doveva effettuare i rilievi. Con loro due anche i pm Natalini e Antonino Nastasi, la cui presenza è inspiegabile visto che solo Marini era titolato per entrare. Aglieco ha dichiarato alla commissione che il pm Nastasi appena entrato nella stanza si era seduto alla scrivania di Rossi ed aveva cercato di accendere il computer, manovrando il mouse con una penna. Il pm, inoltre, aveva preso e svuotato sulla scrivania il cestino che conteneva dei fazzolettini sporchi di sangue e i bigliettini con dei messaggi scritti da Rossi ed aveva persino risposto al cellulare del dirigente appena deceduto.

In base a queste dichiarazioni l’on. Giachetti ha parlato di “violazione delle più elementari regole e procedure ma soprattutto di una gravissima compromissione della scena del delitto e probabilmente di un irreparabile inquinamento degli elementi di prova» e la Procura di Genova è pronta ad ipotizzare i reati di favoreggiamento, omissione d’atti d’ufficio e falso, una volta ricevuta la documentazione dal presidente della Commissione.

In questa ennesima torbida vicenda italiana emerge anche un ulteriore elemento inquietante, raccontato dalla trasmissione “le iene”. Un escort di nome Matteo Bonaccorsi ha infatti affermato alle telecamere di Italia Uno di aver partecipato a festini gay ed esoterici, in una villa nei dintorni della città toscana, in cui aveva incontrato i due pm entrati nell’ufficio di Rossi, Aldo Natalini e Nicola Marini.

La minaccia di diffondere la notizia sarebbe stata alla base dell’incredibile comportamento dei due pm nel corso delle indagini. Ma a questa possibile minaccia ne sono seguite altre più concrete ad almeno uno dei pm, nel 2017 infatti la polizia di Firenze ha infatti intercettato una lettera contenente un proiettile inesploso e gravissime minacce indirizzate a Natalini.

Una vicenda oscura e sconcertante quella della morte di David Rossi, che getta una luce sinistra, per l’ennesima volta, sulla magistratura italiana, vero e proprio deep state del Bel Paese, e su una classe dirigente coinvolta in giri di droga e prostituzione, ricattabile e ricattata, da soggetti che rimangono sempre nell’ombra grazie ad inchieste che durano decenni e non arrivano mai ad accertare la verità.

ARNALDO VITANGELI

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