Quanta nostalgia racchiude, quanto romantico è il ricordo e quanto mito evoca in noi la parola “Festival”.

Il fascino del Festival è pressoché intramontabile e non teme l’usura del tempo, pur nella mutevolezza delle sue rappresentazioni. Il Festival nelle sue molteplici versioni, della Poesia, del Teatro, della Filosofia, della Canzone (e potremmo continuare),  ha attratto, coinvolto e ripulso, suscitato entusiasmi, attirato critiche ma sempre è riuscito ad essere catalizzatore  di interesse e, soprattutto, veicolo di messaggi che in più di un occasione  hanno contrassegnato un epoca, divenendone simbolo e icona.

Quando si pensa a un Festival a noi italiani viene subito alla mente quello di Sanremo ovviamente, mentre ai figli della contestazione giovanile, oggi non più giovani, quello di Woodstock  e, infine, agli inglesi contemporanei quello odierno di Glastonbury.

Credo si sia capito che qui ci si riferisce al Festival come evento musicale evidentemente.

Il Festival nasce come vetrina per poi assumere il carattere di evento trasformativo. Quello storico per eccellenza si tenne a Woodstock dal 15 al 19 Agosto 1969 e sancì il punto di arrivo del movimento nato dalla beat generation e culminato nel flower power e nella successiva contestazione giovanile che contribuì , con la nascita del “fronte interno”, alla fine della disastrosa avventura della guerra nel Vietnam.

Da allora, e per molto tempo, il Festival è stato a lungo l’occasione per vivere insieme un momento di condivisione catartica, un laboratorio di proposte ed esperienze diverse, un momento di scambio e confronto fecondo di idee e di progetti, di analisi del mondo e di critica sociale.

Quei pochi giorni erano tutto questo e la musica rappresentava il momento apicale, il concerto il momento di condivisione catartica, il simbolo visibile, concreto, corporeo di affratellamento e unione e il gruppo, la band, che si esibiva sul palcoscenico diventava la voce attraverso la quale si rappresentava il messaggio di cambiamento degli schemi, anche attraverso l’abbigliamento, il comportamento, l’assunzione e l’espressione di un idioma culturale e politico attraverso un nuovo linguaggio. Insomma il punto di rottura dei rapporti con il potere costituito, che impone la cultura del conformismo (il politicamente corretto), dello sfruttamento e della violenza.

Infatti era, per molti versi, impossibile immaginare un Festival senza laboratori, senza dibattiti, senza confronti. Ci fu un periodo in cui addirittura il Festival di Sanremo venne investito da quest’onda rivoluzionaria, basti al riguardo ritornare a quanto accadde quando Luigi Tenco si tolse la vita proprio durante la rassegna sanremese.

Anche in Italia abbiamo avuto i nostri “Festival” alternativi, primo tra tutti quello storico (del proletariato giovanile) tenutosi al “Parco Lambro” a Milano dal 26 al 29 Giugno del 1976 e di cui ho scritto a suo tempo, ricordandolo, in un articolo commemorativo pubblicato su questo blog.

Negli ultimi tempi, abbiamo assistito ad un riesame critico di questi Festival, a volte sfociato in un vero e proprio “revisionismo” teso non tanto e non solo ad evidenziarne limiti e strumentalizzazioni avvenute, a distorsioni  e financo a vere e proprie manipolazioni, quanto  piuttosto a demolire lo spirito, il valore intrinseco, il significato profondo, il valore simbolico dell’evento.

Voglio dire che l’obiettivo di certa parte di questo revisionismo è finalizzata a cancellare l’idea stessa che una generazione di giovani possa, attraverso la musica, proporre una idea, una visione di mondo, un contenuto di pensiero, di sentimenti e di valori che si pongono in diretta collisione con l’idea egoistica e oppressiva della ideologia capitalistica ieri e neo-liberista oggi, che prevede la soppressione della critica, della solidarietà tra le persone e tra i popoli, il rispetto reciproco delle differenze culturali, la possibilità di condividere valori e crescere nel riconoscimento, a favore dell’affermazione pura e semplice della forza, della marginalizzazione e dell’inoculazione di un pensiero unico cui tutti dovremmo conformarci.

Bisogna riprendere il discorso, ritornare ad usare lo strumento del Festival e non come  momento performante o di esibizione patologica di perversioni narcisistiche che oramai non nascondono più nemmeno certe pulsioni luciferine, certi messaggi che invocano la distruzione dell’essere umano e della sua identità naturale, negandogli anima e sentimento.

La cosiddetta “pandemia” sta esalando gli ultimi respiri, specie in Italia, emettendo i suoi velenosi miasmi.

L’evento del Festival allora assume il significato di riproposizione del mito rivoluzionario e pacifista che può contribuire alla sconfitta del mostro neo-liberista, del ritorno degli eroi che cantano la rivoluzione della riconquista al diritto ad essere, amare e stare insieme, liberamente, secondo il dettato dell’art.3 della nostra Costituzione che recita: “… è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”

E’ quindi giunto il momento che la nostra società ritorni a sentire il respiro della vita che si manifesta anche attraverso l’occasione di incontro, condivisione e proposta rappresentata da quell’evento magmatico che può essere un “Festival” capace di attrarre, catalizzare e mostrare che si può e si deve sovvertire l’ordine voluto e imposto dal potere.

GENNARO DE MATTIA   

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