Il programma canadese riguardante l’eutanasia avrebbe dovuto ammettere anche i pazienti psichiatrici a partire da marzo. Tuttavia il mese scorso il governo ha deciso di mettere in pausa almeno per il momento la macchina burocratica.

In effetti, anche i medici che da tempo ormai hanno sdoganato il concetto di eutanasia hanno sollevato dei dubbi a riguardo a questa nuova eventualità.

Interessanti le parole della dottoressa Madeline Li. La donna si occupa di questi pazienti ormai dal 2016, anno in cui il Canada ha legalizzato la pratica.

La donna ha dichiarato alla Bbc:

Dopo un po’ che si fa, ci si abitua. (…) All’inizio è una cosa incredibile, poi il tempo passa e tutto si normalizza.

Dopo la sua prima paziente, una donna malata di tumore ovarico, la dottoressa ha visto ormai centinaia di pazienti nel programma che viene chiamato MAiD, (Medical Assistance in Dying, in inglese, ovvero assistenza medica per la morte).

LA PROCEDURA DELL’EUTANASIA IN CANADA

La procedura standard approvata nel 2016 ha però subito radicali cambiamenti nel 2021 quando anche altre condizioni per praticare la MAiD sono divenute legali.

Prima del 2016, la legge canadese parlava di “soggetti maggiorenni affetti da patologie incurabili che avrebbero portato inevitabilmente a morte certa”.

Dal 2021, invece, pure pazienti affetti da malattie croniche fisiche possono accedere alla MAiD, anche se la condizione di cui soffrono non metta a rischio la loro esistenza.

Contemporaneamente all’allargamento dell’offerta, la domanda è cresciuta esponenzialmente. Siamo passati dai mille casi del 2016, ai 10.064 del 2021.

La cosa, tuttavia, non è destinata a fermarsi qui. So prevedeva che i requisiti d’accesso al programma cambiassero nuovamente e includessero anche le malattie mentali a marzo 2023.

Questo prima dello stop almeno momentaneo del governo.

I PROBLEMI ETICI DELL’EUTANASIA

La stessa dottoressa Li, che non è certamente a priori contraria alla MAiD, dato che la pratica sui pazienti da tempo, sostiene che stiamo per attraversare un pericoloso confine:

Si è finiti per rendere la morte assistita in Canada un qualcosa di davvero troppo semplice e soprattutto troppo accessibile.

E così prosegue la donna:

Se pensiamo che i malati mentali sono coloro che maggiormente subiscono l’influenza dell’opinione altrui, finiranno per essere coloro che più di tutti pagheranno per gli insuccessi della società. (…) Non credo proprio che la loro morte dovrebbe essere la soluzione per fallimenti che non pertengono questi disagiati.

Già nel 2021, a seguito della prima revisione dei requisiti d’accesso, alcuni rappresentanti delle Nazioni Unite espressero il loro disappunto nei confronti della legge canadese:

In questo modo passa il messaggio che una condizione di disabilità sia peggiore che morire, svalutando in maniera consistente il valore della vita di per sé.

Marie-Claud Laundrie, esponente di un’associazione per i diritti umani, porta all’attenzione anche un altro aspetto del problema non trascurabile:

Il fatto che la gente scelga di farsi uccidere dipende anche dal fatto che molti non si possono permettere un tetto, una casa di riposo, per l’estrema povertà o perché sono soli al mondo.

Altri hanno lanciato l’allarme, sostenendo che per molti casi non vi sono davvero le condizioni legali minime richieste o che addirittura che ai soggetti più fragili venga suggerito di praticare la MAID.

La pratica dell’eutanasia è stata talmente normalizzata, che alla fine viene proposta a molti pazienti come un’alternativa tra le varie.

I PRECEDENTI: CHRISTINE GAUTIER, ALAN NICHOLS, SHANTI DE CORTE

A Manitoba, sempre in Canada, l’eutanasia si celebra in chiesa, tra canti e benedizioni e si riceve proprio come un sacramento.

Si pensi che l’atleta paraolimpica Christine Gautier ha affermato che le è stata offerta la possibilità di accedere alla MAiD. La stessa aveva semplicemente fatto richiesta di una rampa di accesso per sedia a rotelle al suo appartamento, ottenendo in cambio da un impiegato la singolare proposta.

Il dottor Derryck Smith, psichiatra di Vancouver e membro dell’associazione Dying with Dignity (Morire con dignità), ha affermato:

Solo una minima parte dei canadesi senza una diagnosi di malattia terminale arriva all’eutanasia. Quindi è un falso problema se guardiamo le statistiche.

Ma molti non ci stanno, tra legislatori e medici psichiatri. Non si può essere sempre sicuri al 100% che una condizione mentale sia irreversibile.

La dottoressa Li infatti sottolinea:

In Canada il dibattito non riguarda più la liceità ed opportunità di praticare il suicidio assistito, ma come e quali casi.

Tuttavia, se il Canada ha sospeso l’approvazione dell’estensione ai malati psichiatrici, questo non significa che non possa riprendere l’iter in futuro.

D’altra parte già dal 2002 in Belgio, Olanda e Lussemburgo la condizione di “paziente terminale” non è più necessaria per essere idonei alla procedura.

La rivista Psychiatric Times la butta addirittura sui diritti sociali:

I pazienti psichiatrici che vogliono interrompere la propria vita non possono essere discriminati rispetto a chi soffre di una malattia fisica. (…) La comunità psichiatrica ricorda che se si parla di inclusione, allora anche i criteri di accesso alla MAiD devono cambiare.

Non mancano i casi in cui i familiari del paziente hanno fatto causa e denunciato i medici perché secondo loro hanno spinto il loro caro al patibolo.

Tra tutti, spicca la storia del canadese Alan Nichols il quale si trovava in ospedale per istinti suicidi.

Così lo ricorda il fratello:

Era un soggetto depresso, sicuramente non era in grado di capire quello che stava succedendo. In appena un mese è passato da avere istinti suicidi a voler morire. Mio fratello è stato mandato al patibolo.

La famiglia ha fatto causa all’ospedale, ma è solo una delle tante che in Canada piange un caro scomparso a causa di una delle leggi sul suicidio assistito più permissive del mondo.

Se alla fine il Canada portasse a termine l’iter burocratico per le malattie psichiatriche, intendiamoci, non sarebbe certo per empatia o compassione nei confronti dei pazienti.

Ma molto probabilmente per evitare che storie come quella di Alan Nichols creino guai agli ospedali. A quel punto, la strada sarebbe completamente spianata.

D’altra parte un precedente esiste già.

Siamo in Belgio nel 2022. Shanti De Corte, 23 anni, soffriva di depressione dal 2015. Decise così che i medici ponessero fine alla sua vita in ospedale.

Nemmeno avere tutta la vita davanti ha convinto la donna e i sanitari che la sua esistenza meritasse un’altra possibilità.

MARTINA GIUNTOLI