Etichetta addio: la battaglia per la pasta italiana è persa. E anche per i pelati e il riso

La battaglia del grano e della pasta finirà il 31 dicembre con una sconfitta. E così pure la battaglia dei pelati, che spesso servono per preparare il condimento, e quella del riso. Come ricorda Coldiretti, con la fine dell’anno scade la proroga del decreto con il quale l’Italia obbliga ad indicare l’origine del grano sull’etichetta della pasta e l’origine di riso e pomodori nei rispettivi prodotti trasformati.

Traduzione pratica: saranno irriconoscibili la conserva cinese e gli spaghetti a base di grano canadese, quello che fanno maturare innaffiandolo col glifosato.

Intenzione di prorogare ulteriormente il decreto? Silenzio di tomba dalle stanze governative. Del resto Draghi è un uomo di Bruxelles ed è lecito attribuirli in proposito una filosofia consona a quella dell’UE: una volta che sono rispettate le regole stabilite per produzione ed importazione, il grano è grano, il pomodoro è pomodoro a prescindere dal luogo in cui è cresciuto, perché il mondo è un mercato e il mercato regola il mondo.

Tuttavia l’Italia è il Paese del buon cibo e il motivo non risiede solo nel fatto che qui si schifano accuratamente certe ricette fusion e confusion, come quella che a furor di popolo fu ritirata da Youtube e prevedeva la lessatura simultanea nel latte di fettuccine, bacon, petto di pollo e spinaci. Il punto è che col sole d’Italia la roba cresce e matura bene. Non è necessario passare il diserbante sul grano per vederlo finalmente ingiallire e lo smantellamento delle garanzie sociali non è (ancora) arrivato al punto di mandare i bambini a piantare i pomodori.

Decaduto a fine anno il decreto sull’origine del grano e dei derivati di riso e pomodori, rimarrà in vigore soltanto la normativa UE, in base alla quale, salvo alcune eccezioni, non è necessario esplicitare il Paese dal quale viene un prodotto, salvo quando la mancanza dell’informazione è in grado di trarre in inganno il consumatore. L’esempio tipico a questo proposito è una confezione di pasta fatta chissà dove ma avvolta nel tricolore: in casi del genere, e solo in questi, bisogna specificare.

Ora i pastai italiani assicurano che manterranno l’origine sull’etichetta. Sarà un atto volontario. Un’informazione la cui presenza o assenza andrà consapevolmente controllata. Il risultato? Favorire ulteriormente l’arrivo del grano straniero, magari di bassa qualità per contrastare i rincari, del quale l’Italia è già un grande importatore. Assecondare la dipendenza dai mercati internazionali e dai loro capricci anche al momento di mettere in tavola la pasta al sugo: se non cambierà idea e se non prorogherà ulteriormente il decreto, anche  in proposito la politica dell’uomo di Bruxelles risulterà chiara.

DON QUIJOTE

Debora Billi

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