Secondo la scrittrice Dacia Maraini, che si è espressa in un’intervista sull’Huffington Post, criticare l’Unione Europea significa in sostanza essere retrogradi e ricadere nello schema “Dio, Patria, Famiglia”. Bisogna impedire, dice, che le elezioni ci portino in quella direzione. Gran parte dell’intervista è riservata agli abbonati: ma, stringi stringi, il succo è tutto qui.
Però l’Unione Europea che tanto piace a Dacia Maraini è il custode del neoliberismo e del Mercato Globale. Svolge cioè le funzioni di sommo sacerdote continentale della divinità ora adorata dal cosiddetto Occidente. Dunque secondo la scrittrice il vero progresso sarebbero il neoliberismo e il mercato.
Non sarebbe migliore, invece, un progresso che ci liberi dalla schiavitù del mercato? Sebbene molti lo divinizzino, il mercato – per come lo si intende oggi e per come lo difende l’Unione Europea – è una creazione recente ed assolutamente umana. E per di più il mercato è stupido: guarda all’immediato massimo profitto individuale e lo contrabbanda per il bene collettivo.
Per riassumere in poche parole decenni di produzione legislativa e i ponderosi tomi dei trattati europei, l’Unione Europea che Dacia Maraini ritiene il bastione del progresso impedisce allo Stato di intervenire nel mercato e di intralciare la circolazione globale delle merci. Impedisce allo Stato di intervenire anche quando si tratta di difendere i cittadini, che si riducono così ad essere anch’essi in balìa della legge della domanda e dell’offerta. Come se fossero arance, bulloni o pomodori: e non esseri umani.
Sempre all’Unione Europea dobbiamo i famosi vincoli di bilancio che costringono lo Stato a fornire sempre meno servizi ai cittadini: pensioni, sanità, scuole eccetera costano, e ci siamo tutti accorti che sempre più si riducono a bonsai.
Ma non c’è alternativa, dicono quelli come Dacia Maraini. No no. Non è sempre stato così. Non è scritto negli astri che così sia per sempre. Questo modello discende dalla visione del mondo neoliberista che si è affermata in Occidente dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Una visione del mondo della quale l’Unione Europea è il cane da guardia.
Prima del neoliberismo, l’Occidente era un altro mondo rispetto a quello che noi oggi conosciamo. Non esistevano né l’euro né l’Unione Europea: c’era la Comunità Economica Europea, un mercato interno o poco più, che non faceva le pulci ai conti dello Stato, e dunque non frenava di fatto l’erogazione di servizi pubblici molto migliori di quelli attuali.
Per esempio, la scuola era un autentico ascensore sociale. Il lavoro dava dignità, stabilità, sostentamento. Finite da un gran pezzo, queste due cose…
Poi il Mercato neoliberista, indisturbato, ha cominciato a concentrare sempre più le ricchezze tritando le ossa dei più deboli. Gli Stati si sono ridotti ad avere solo poteri analoghi a quelli di un amministratore di condominio: ovvero, scegliere dopo ampia consultazione il colore per ritinteggiare le scale.
E’ questo il “progresso” di Dacia Maraini. Farci governare da un amministratore neoliberista di condominio incaricato di usare bene i fondi UE del PNRR.
Ma glie l’hanno detto, a Dacia Maraini, che i soldi del PNRR prestatici dall’Europa sono in gran parte da restituire? E in più dovremo spenderli non come crediamo opportuno, ma come vuole l’Europa. Non solo. La graziosa erogazione di questi soldi è sottoposta a 528 terribili condizioni: in pratica, per avere i quattrini bisogna far passare quanto resta dei servizi sociali e pubblici sotto le forche caudine del neoliberismo.
Questo secondo Dacia Maraini sarebbe il progresso: diventare – noi e lo Stato – un avvilito ingranaggio del Mercato neoliberista globale del quale l’Unione Europea è sacerdote e custode.
Però il neoliberismo si è affermato più di trent’anni fa. Rappresenta il passato: non più il futuro. Gli unici, veri retrogradi sono coloro che, come Dacia Maraini, si fossilizzano su questo modello: perché il vento della storia non smette di soffiare impetuoso.
GIULIA BURGAZZI
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