Cinque anni fa, il 20 luglio del 2017 ci lasciava un grande della musica contemporanea, uno di coloro che ha rappresentato le adolescenze, i dolori ed i momenti più belli di molti di noi.

Il frontman dei Linking Park, Chester Bennington a soli 41 anni perdeva la vita nella sua villa in California, a distanza di appena due mesi dalla morte del collega e amico di una vita, Chris Cornell, leader dei Soundgarden.

Ufficialmente la morte del cantante fu archiviata dal medico legale e dal mondo di Hollywood come suicidio da impiccagione, esattamente come era avvenuto poco tempo prima per Chris.

Tuttavia, una parte consistente del pubblico ha sempre rifiutato la teoria suicidiaria, e nel tempo si é fatta sempre più forte la convinzione che entrambe le morti fossero state invece provocate, o per lo meno che vi fossero elementi discutibili nella loro ricostruzione.

Abbiamo già analizzato le molteplici discrepanze tra la versione ufficiale ed i vari altri dettagli ritrovati quando abbiamo avuto occasione di parlare di Chris Cornell. Discrepanze e stranezze che tuttavia si trovano anche nella vicenda di Chester Bennington.

Intanto la prima visibile analogia tra i due case risiede proprio nelle tempistiche del coroner e soprattutto nel comportamento delle rispettive mogli, Vicky Cornell e Talinda Bennington.

Il coroner della contea di Los Angeles, quando analizzò il caso di Bennington, impiegò ben quattro mesi per rilasciare il referto dell’autopsia, (inizialmente non richiesto) quattro mesi per un semplice caso archiviato fin da subito come suicidio. Molti dissero che tuttavia, quando si fecero pressioni per avere il documento, questo sembrasse un referto compilato all’ultimo momento, come se per quattro mesi il coroner avesse temporeggiato nella speranza che il caso si chiudesse senza clamori.

Altra cosa strana,  la moglie si precipitò a far cremare il corpo del defunto marito, proprio come aveva fatto la moglie di Cornell, prima che venisse richiesta o anche solo presa in considerazione una seconda opinione nelle indagini.

Generalmente, a meno che non si tratti di qualcosa di palese e apertamente preannunciato, si evita di parlare di suicidio prima di aver scartato ogni altra ragionevole opzione. La famiglia poi é la prima che solitamente spinge per ulteriori accertamenti, strada che invece stranamente in nessuno dei due casi fu perseguita.

Sappiamo che ogni individuo reagisce a suo modo di fronte alla perdita di un caro, ma si convenga che i comportamenti delle rispettive famiglie sembrarono e sembrano ancora oggi alquanto strani.

Molto significativo il fatto che Chester avesse poi deciso di togliersi la vita il giorno del compleanno dell’amico Chris, ricostruendo persino una scena del crimine praticamente identica.

Incredibile, ma vero, nel referto il medico legale descrive il corpo di un uomo che si sarebbe suicidato con entrambi i piedi che toccavano il pavimento, un uomo libero da droghe e con in tasca il biglietto aereo del volo che aveva preso da Phoenix la sera prima e un’agenda piena di appuntamenti per il giorno seguente.

Quello che insomma si descriveva in quel contesto era il corpo di un uomo che molto probabilmente non si era ucciso, o meglio, non presentava elementi che lo collegassero ad un evento suicidiario.

Cosa avevano in comune Cornell e Bennington? Si nascondeva un messaggio dietro alle loro morti sospette e collegate da un compleanno?

Nonostante siano comparsi sulla scena in questi anni molti debunker  e fact checkers anche nel mondo dello spettacolo e in particolare nel mondo della musica, rendendo quindi l’informazione controllata non più solo un’esclusiva del mondo politico, molto altro, se questo non fosse abbastanza, rimane da spiegare.

Oggi qualcosa pare ancora sfuggire, in particolar modo il messaggio che si potrebbe celare dietro la morte dei due amici.

Chi ha operato dietro le quinte, probabilmente sapeva a chi e quale messaggio mandare.

Un messaggio che, se rivelato, renderebbe giustizia ai due giovani cantanti. Una volta per tutte.

MARTINA GIUNTOLI

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