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Notizie24 Novembre 2021

Riserve strategiche: gli USA mettono il petrolio in saldo, ma non per l’Europa

Visione TVDi Visione TV·8822 contenuti pubblicati
L'autore analizza la decisione di Biden di immettere sul mercato parte delle riserve strategiche di petrolio, evidenziando l'esclusione dell'Unione Europea dall'operazione. Si discute anche dell'impatto sui prezzi dell'energia e dell'isolamento dell'Europa in questo contesto.
Punti chiave
  • Biden decide di immettere petrolio dalle riserve strategiche.
  • L'operazione mira a ridurre i prezzi della benzina negli USA.
  • L'Unione Europea è esclusa dall'intervento sul mercato.
  • I prezzi della benzina in Europa sono tra i più alti al mondo.
  • L'isolamento dell'Europa è evidente nella crisi energetica attuale.
L'articolo

L’intenzione degli Stati Uniti di abbandonare l’Unione Europea al suo destino è evidente – quanto implicita – nella decisione del presidente statunitense Biden di immettere sul mercato parte del petrolio che costituisce le riserve strategiche: l’equivalente del gruzzoletto gelosamente custodito nel cassetto del comò e dal quale attingere solo in caso di gravi imprevisti.

Lo scopo dell’operazione è far abbassare i prezzi della benzina e più in generale dell’energia, ora insopportabilmente alti.

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Il ricorso alle riserve strategiche è un fatto abbastanza raro, e Biden lo ha deciso insieme ad altri grandi Paesi che attualmente sono nelle grane per il prezzo dell’energia e per la sua scarsità. Anch’essi immetteranno sul mercato le riserve. Fra questi Paesi, non figurano né l’UE (che peraltro se vogliamo essere precisi non è un Paese ma un insieme di Paesi legati da trattati) né gli Stati che fanno parte dell’UE. Eppure l’UE per i prezzi dell’energia è praticamente in ginocchio – Italia compresa – anche perché nell’UE l’energia è più costosa che altrove.

Nonostante questo, gli Stati UE non partecipano all’operazione. Ci sono invece Gran Bretagna, Cina, India, Giappone, Corea del Sud.

Fra i grandi Paesi che immettono sul mercato le riserve di petrolio, o le immetteranno, manca anche la Russia: è vero. Ma in Russia il prezzo e la disponibilità di energia non sono un problema.

Per rendersene conto, basta guardare i prezzi, in Russia e altrove, della benzina. Un gallone di benzina (circa 4 litri) costa a Mosca solo 2,1 dollari, praticamente 45 centesimi di euro al litro: per la Russia, che è un grande esportatore di petrolio, non avrebbe alcun senso partecipare ad un’operazione del genere.

Il tentativo di far scendere i prezzi della benzina – esplicitamente citato nel comunicato stampa con cui la Casa Bianca annuncia il ricorso alle riserve – è invece sensato, eccome se lo è, negli Stati Uniti, dove la benzina costa quasi il doppio rispetto alla Russia: 3,76 dollari per un gallone. Ed ecco i prezzi della benzina negli altri Paesi che partecipano alla vendita straordinaria di petrolio: in Cina, per comprare un gallone di benzina bisogna sborsare l’equivalente di 4,76 dollari; in India, 5,34; in Corea del Sud, 5,1 dollari; in Gran Bretagna e in Giappone, rispettivamente, 5,79 e 4,24 dollari.

La classifica mondiale dei prezzi della benzina tuttavia vede ai primi posti i Paesi europei lasciati fuori dall’operazione che mira a contenerne i costi. Al top c’è l’Olanda, dove un gallone di benzina costa 6,4 dollari; a seguire Norvegia, Italia (5,96 dollari per un gallone), Danimarca eccetera. All’ottavo posto la Germania (5,57 dollari al gallone), al nono la Francia con 5,54 dollari al gallone.

Vero che i benefici effetti dell’operazione, se mai ci saranno (ma è un altro discorso), riguarderanno l’intero mercato mondiale e gli altri combustibili fossili: il carbone al quale è aggrappata la Cina e il gas di cui si nutre l’economia europea. Ma altrettanto vero che nella vendita concertata delle riserve di petrolio spicca l’isolamento dell’Europa: che se la veda da sola, insomma, perché il suo destino non interessa a nessuno.

DON QUIJOTE

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