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Notizie18 Agosto 2022

Google usa la geolocalizzazione anche se spenta: in Australia multa per 60 milioni di dollari

Visione TVDi Visione TV·8822 contenuti pubblicati
Antonio Albanese analizza la multa di 60 milioni di dollari inflitta a Google in Australia per la raccolta di dati di geolocalizzazione. Si discute anche della mancanza di trasparenza dei colossi tecnologici riguardo alla privacy degli utenti.
Punti chiave
  • Google ha raccolto dati di geolocalizzazione nonostante il consenso negato.
  • La Corte Federale australiana ha multato Google per 60 milioni di dollari.
  • Esiste una seconda opzione per la geolocalizzazione attivata per impostazione predefinita.
  • Un'indagine simile è in corso in Europa per violazioni della privacy.
  • Tutti i colossi tecnologici mantengono linee guida poco chiare sulla privacy.
L'articolo

Nonostante gli utenti avessero disabilitato  la cronologia delle posizioni negando il consenso ad essere tracciati, tra gennaio 2017 e dicembre 2018, Google ha raccolto ugualmente i dati di geolocalizzazione  di circa 1,3 milioni di account, indirizzando loro di conseguenza annunci ad hoc e personalizzati.

La Corte Federale ha inoltre ordinato a Google di adeguare le proprie politiche per garantire l’impegno alla conformità e di fornire al personale una formazione sulla legge australiana sui consumatori.

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Per questo comportamento ingannevole la Corte federale australiana ha multato Google per 60 milioni di dollari, una cifra ridicola per un colosso che detiene il controllo pressochè totale delle ricerche web, tanto che ha accettato di pagare senza batter ciglio: la rendita dei dati ottenuti va ben oltre questa cifra.

La Commissione australiana per la concorrenza e i consumatori, ACCC, ha pizzicato il colosso di Mountain View a raggirare gli utenti facendo credere che sarebbe bastato un’unica impostazione  da disabilitare per disattivare la geolocalizzazione: in realtà esiste una seconda opzione, attivata per impostazione predefinita, sotto la voce “attività web” che raccoglie dati sulla posizione.

Un’indagine simile è stata avviata anche in Europa  a febbraio 2020: qui però in caso di accertamento di violazione del regolamento generale sulla protezione dei dati Alphabet,  proprietaria di Google, riceverebbe una multa più consistente,  fino al 4% del fatturato annuo globale.

Questa mancanza di trasparenza è palesemente un espediente per continuare a far soldi, raccogliendo dati personali senza il consenso degli utenti: dati che valgono quanto una miniera d’oro, ceduti sia ad aziende pubblicitarie, o di marketing e ricerca, ma anche ad “agenzie di sicurezza” o servizi segreti come l’NSA.

Insomma la preoccupazione è sempre la stessa: al di là dei fastidi che gli utenti avrebbero se i loro dati venissero usati per meri scopi pubblicitari, chi garantisce che gli stessi non finiscano nelle mani sbagliate? Nelle mani di chi sogna un sistema di controllo globale della società, degli spostamenti, dei consumi?

Tralaltro non è solo Google a tenere una condotta poco trasparente se si parla di dati personali: praticamente tutti i colossi americani del settore tecnologico mantengono una linea guida poco chiara riguardo la privacy degli utenti: Amazon,Facebook, Instagram, usano i loro servizi apparentemente offerti gratuitamente come specchietto per le allodole nella raccolta di dati personali.

I più navigati utenti del web lo sanno: “Se non lo paghi, il prodotto sei tu”.

ANTONIO ALBANESE

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