Non si vince Sanremo, l’Eurofestival per caso. Soprattutto quando si è una band, italiana, e per giunta “rock”.

Non si entra di prepotenza nelle classifiche statunitensi per caso.

Non si desta l’interesse di personaggi come Iggy Pop per caso.

E, no, mi spiace, tutto ciò non avviene perché si è in possesso di un tale talento in grado di smuovere le montagne.

Se i Måneskin sono stati capaci di raggiungere in poche settimane tutti i successi appena descritti, soprattutto da una posizione “periferica” come quella italiana, significa che l’intera industria discografica li ha scelti come assoluta priorità per veicolare i disvalori a cui è interessata.

L’armamentario ideologico a cui questi quattro ragazzotti si inchineranno è sostanzialmente sempre il solito e, da qui a breve, li vedremo in prima fila a fungere da testimonial nei confronti di qualsiasi messaggio di ordine: già adesso li abbiamo visti rilasciare dichiarazioni sulla necessità di una sessualità “fluida”, li abbiamo visti definire come “terrapiattisti” tutti coloro che non desiderassero sottoporsi al vaccino sperimentale, abbiamo ammirato la loro effige in migliaia di manifesti che significativamente recavano la scritta “Zitti e Buoni!”.

Usurato è anche il cortocircuito secondo cui il conformismo debba essere veicolato attraverso ciò che viene venduto come “ribelle” e “trasgressivo”, e i Måneskin, con le loro tutine attillate e con le loro linguacce non fanno eccezione. Comportamenti che andrebbero forse bene per una festa alle elementari, ma tant’è…

Vi è però un aspetto interessante del fenomeno e, per ora, unico nel suo genere: genericamente la religione del Capitale Assoluto promulga una obsolescenza brevissima delle sue merci e mode, in modo da garantirsi una falsa contrapposizione generazionale e, in generale, un rifiuto del passato in favore del “nuovo”.

Ovviamente il “nuovo” autodichiarato tale altro non è che che una squallida riproposizione del già visto indirizzata a plebi senza memoria e dunque non in grado di afferrare questa falsificazione. Si pensi ad Achille Lauro che scimmiotta malamente David Bowie nell’estasi dei giornalisti.

Però si parla di nuovo.

Coi Måneskin, invece, si gioca esplicitamente a far tornare in auge il passato. E questi quattro ragazzotti, in effetti, appaiono come una band di dilettanti che tentano di imitare le band glam rock degli anni settanta. Stessa estetica, stesse soluzioni stilistiche. Il video della loro “I wanna be your slave” sembra provenire dal 1973. Non è però inoffensivo revival… Un mondo che, in quanto “vecchio”, verrebbe rifiutato aprioristicamente dai teenagers, che viene accettato proprio in virtù del depotenziamento portato avanti dalla band romana.

Il loro dilettantismo, la loro pochezza, è funzionale a svuotare di ogni significato il passato. L’estetica del glam rock, che possedeva un senso e una poetica, diventa una sorta di Carnevale da adolescenti, ed è dunque un mero meccanismo di superficie, pronto ad aderire alla propaganda di questi giorni.

Coi Måneskin, il rock, già dichiarato morto più volte, viene ucciso una seconda volta.

ANTONELLO CRESTI

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