Virus creato in laboratorio? Perché non è più un tabù parlarne

Nell’aprile 2020 l’ex Premio Nobel per la Medicina nel 2008 per aver scoperto il virus hiv, Luc Montagnier, intervenuto durante una diretta televisiva francese ai microfoni di Pourquoi Docteur, aveva dichiarato che parte del genoma del Sars-CoV-2 sarebbe stato manipolato in laboratorio. Il virus sarebbe infatti il risultato di un lavoro di biologi molecolari, realizzato con una precisione e una minuziosità «da orologiai».

Montagnier venne attaccato con ferocia e zittito, trattato alla stregua di un paranoico e di un rincoglionito. I media scrissero che la “comunità scientifica” smentiva il Premio Nobel e che le sue dichiarazioni erano “fantasiose”.

Per un anno e mezzo chiunque si sia permesso di sollevare un’ipotesi alternativa a quella mainstream sull’origine “naturale” del Sars-CoV-2 è stato denigrato, censurato e ridicolizzato dai media. I debunkers sono stati sguinzagliati per stanare i dissidenti e screditarli, additandoli come dei pazzi cospirazionisti.

Perché trattare tematiche “scomode” merita automaticamente di finire nel recinto dei “complottisti”?

Eppure, dall’inizio della pandemia sono circolate tesi alternative a quella “ortodossa”, via via sempre più accreditate. La coincidenza della comparsa del Sars-CoV-2 nella città di Wuhan dove sorge un importante Istituto di virologia che studia proprio i coronavirus trasmessi dai pipistrelli ha dato adito ai primi dubbi e a ricostruzioni alternative sull’origine del contagio che sono state usate anche a scopo politico.

Neppure l’indagine dell’OMS, condotta in Cina, è riuscita infatti a mettere la parola fine sull’eterno dibattito sull’origine del virus. Il capo della missione dell’OMS aveva infatti concluso: «L’ipotesi della fuga dal laboratorio del coronavirus è estremamente improbabile», avallando l’ipotesi ufficiale ma non negando definitivamente la possibilità di una fuoriuscita dal laboratorio di Wuhan, sostenuta invece da altri esperti del calibro del medico e ricercatore italiano Joseph Tritto  e del Premio Nobel Luc Montagnier.

I media hanno persino censurato la mera cronaca geopolitica: da un anno e mezzo si sta consumando uno scambio feroce di accuse tra Stati Uniti e Cina sull’origine della pandemia.

Da mesi ormai, anche la Cina ha avanzato teorie alternative sulla comparsa e sulla diffusione della pandemia che si focalizzano sulla base militare di Fort Detrick, un laboratorio di ricerca biomedica dell’esercito americano nel Maryland, al cui interno trova spazio lo United States Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID).

Nelle ultime settimane le voci contrarie alla narrativa mainstream – anche provenienti dal mondo accademico-scientifico – hanno però iniziato a penetrare gradualmente, in diverse forme, oltre il muro di gomma mediatico.

A ciò si è aggiunto lo scandalo delle mail di Fauci che, come un vaso di Pandora, sta portando a galla misteri, conflitti di interessi e notizie relative alle ricerche nel campo del Guadagno di funzione. E proprio di gain of function ha parlato la virologa Ilaria Capua, che in un intervento sul «Corriere della Sera», ha aperto alla possibilità che la diffusione del Sars-CoV-2 sia avvenuta dal laboratorio di Wuhan, dove come ben sappiamo avvenivano queste ricerche.

In una lettera su Science 18 scienziati di fama mondiale hanno riaperto all’ipotesi di una fuoriuscita accidentale da un laboratorio: “Non si può ancora escludere. Servono nuove indagini”. I ricercatori hanno sollecitato “un’indagine adeguata”, che “dovrebbe essere trasparente, obiettiva, basata sui dati e su un’ampia esperienza, soggetta a revisione indipendente e gestita responsabilmente per ridurre al minimo l’impatto dei conflitti di interesse”.

Infine, il Wall Street Journal ha pubblicato un rapporto dell’intelligence americana da cui trapela che tre ricercatori dell’istituto di virologia di Wuhan si sarebbero ammalati già nel novembre 2019 e sarebbero stati ricoverati in ospedale, con sintomi “compatibili sia con il Covid sia con l’influenza stagionale”.

Solo oggi, a fatica, sembra sia possibile iniziare a fare quello che si sarebbe dovuto fare un anno e mezzo fa: indagare in maniera obiettiva le origini del Sars-CoV-2.

Invece, in un clima liberticida, sembra divenuto impossibile maturare un proprio pensiero critico alternativo al pensiero unico, come se quest’ultimo fosse immune da sbagli. Se però sempre più persone diffidano della narrativa mainstream, non è perché sono state infettate dal morbo del cospirazionismo, ma perché anche i media di massa sono incappati in passato in errori grossolani e la battaglia contro le fake news ha assunto i contorni isterici e scomposti di una vera e propria caccia alle streghe con l’intento palese di imbavagliare l’informazione alternativa e censurare il web. Un tale clima di persecuzione non può che generare diffidenza da parte della popolazione.

Per approfondimenti:

Enrica Perucchietti, Luca D’Auria, Coronavirus. Il nemico invisibile (Uno Editori).

Enrica Perucchietti

vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. È caporedattrice della Uno Editori e autrice di numerosi saggi di successo, tra cui ricordiamo: Fake news; Coronavirus. Il nemico invisibile

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