Le politiche del lavoro di Amazon le conosciamo bene. Da anni gli impiegati  della multinazionale del pacchetto veloce cercano in ogni modo di portare  alla luce ciò che davvero accade sui luoghi di lavoro. “L’unico modo per avere ricavi così alti con queste prestazioni è optare per lo sfruttamento dei lavoratori.”si sente nei video messaggi di molti impiegati, e non potrebbe che essere altrimenti. Come si fa materialmente ad acquistare un articolo oggi e averlo tra le mani il giorno seguente, avendo almeno un minimo margine di guadagno, quando a ripetere questa operazione nel mondo sono ogni giorno milioni di persone? Turni estenuanti, salari da fame, staff costantemente sotto organico.

I dipendenti hanno accusato piu’ volte il magnate Jeff Bezos di privarli di dignità, privacy e sicurezza. A tal proposito, non possiamo non citare alcune tra le innumerevoli vicende che popolano non piu’ solo i social, ma da qualche tempo anche fortunatamente le aule di giustizia. Molti raccontano di come venisse loro intimato di non proferire parola con i propri colleghi, mantenendo distanziamento (mi ricorda qualcosa) e soprattutto ordine e silenzio sui luoghi di lavoro.

Altri raccontano di essere letteralmente spiati durante la loro intera giornata lavorativa, non solo da veri e propri delatori professionisti, ma anche da video camere e sistemi automatizzati di controllo, “per minimizzare le perdite di tempo”, si direbbe,  oppure secondo un ben noto clichè, “per il bene dell’azienda”. Fatto sta che ogni percorso compiuto dal lavoratore che risulti non strettamente necessario viene segnalato e costituisce nel tempo motivo di licenziamento da parte dell’azienda.

Altri ancora dipingono la loro idilliaca giornata delle consegne come un inferno con turni anche di 14 ore senza possibilità di andare in bagno per stare al passo con quanto richiesto dai supervisori. Costretti a questa punizione da girone dantesco non solo gli autisti, ma anche gli impiegati dei magazzini (sono infatti noti molti video nei quali gli stessi parlano  apertamente di dover trovare mezzi di fortuna per poter espletare le proprie irrinunciabili funzioni corporali).

Larry Virden,  impiegato Amazon ad Edwarsville, Illinois, ed ex militare d’istanza in Iraq, quando si è recato a lavoro venerdì scorso, non avrebbe mai pensato di dover essere disposto anche al sacrificio estremo. In questo periodo molti stati centrali sono colpiti da tornado particolarmente distruttivi, capaci di ingenti danni, e  anche quel giorno, l’allerta meteo era attiva. Per l’occasione Larry aveva con sè il suo telefono, cosa che non è normalmente consentita ai dipendenti, per  verificare personalmente le condizioni metereologiche.

E questo è ciò che ha fatto Larry, ovvero, ha continuato diligentemente a controllare i messaggi dell’allerta meteo fino a quando è stato segnalato  che un tornado avrebbe colpito l’area alle ore 8.39 circa. “Sono le 8,23, bene,  ho ancora tempo per andarmene e guidare fino a casa per mettermi in salvo”, avrà pensato l’ex militare,  ma Amazon ha sorprendentente ordinato ai dipendenti di rimanere all’interno del magazzino finchè il tornado non fosse passato. More Perfect Union ha tweetato lo screenshot dei messaggi intercorsi tra Larry e la fidanzata, dai quali si evince tanto la chiara volontà dell’uomo di andarsene, quanto l’impossibilità di farlo per ordine dei superiori.

Secondo una ricostruzione del New York Times, gli impiegati, sprovvisti di telefono personale, (è bene ricordarlo), sono stati avvertiti dai superiori di rimanere nel magazzino e mettersi al riparo (dove?) solo 11 minuti prima dell’impatto, senza che fosse dato loro tempo nemmeno di decidere se andarsene o seguire la direttiva  dell’azienda. Questa incauta gestione dell’emergenza ha sicuramente peggiorato le cose, macchiando il marchio della multinazionale con il sangue di ben 6 vittime.

Virden, infatti,non è l’unica vittima accertata per il crollo di gran parte del tetto della struttura. I soccorsi si sono mostrati da subito complicati proprio per la quantità dei detriti presenti sul posto. Inoltre, difficile anche dire da subito chi davvero fosse rimasto coinvolto poichè dei presenti solo 7 erano direttamente assunti da Amazon, mentre gli altri 190 erano assunti da terze parti, e, cosa non meno importante,  gli eventi si sono verificati a fine turno, con personale ancora dentro e altro già fuori.

Al termine delle  operazioni sono state accertate e riconosciute sei vittime per il crollo: Larry Virden, 46 anni,  Deandre Monroe, 28 anni, Kevin Dickey, 62 anni,  Clayton Cope, 29 anni e veterano come Virden, Etheria Ebb, 34 anni, e Austin McEwen,26 anni, la vittima piu’ giovane.

Oltre alle tante già fatte, rimane un’ultima considerazione da fare. Molte multinazionali, come ad esempio H&M, Zara, The Gap, che per massimizzare i guadagni appaltano il lavoro all’estero, soprattutto nel sud est asiatico, non controllano, e nemmeno si sono mai interessate a farlo, la sicurezza degli edifici dove il lavoro viene svolto. “Per ottenere la commessa, dobbiamo risparmiare su tutto, anche sulla manutenzione degli edifici”,  si dice in  The True Cost, un documentario di qualche anno fa in cui si racconta anche della strage del Rana Plaza del 2013 avvenuta in Bangladesh. Al Rana Plaza, per risparmiare sulla manutenzione, morirono circa 1100 persone. L’edificio di Edwardsville era a norma? Era stato costruito prevedendo eventi metereologici avversi?Veniva effettuata regolare revisione della struttura?

E visto il silenzio di Amazon sulla vicenda, è assolutamente lecito chiedersi ad oggi quanti “pacchetti veloci” valga  la vita di una persona. Ma non so quanto la risposta a questa domanda piacerebbe a chi li ordina.

MARTINA GIUNTOLI

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