di Max Civili e Francesco Forciniti.

La crisi della democrazia si avvita su se stessa e questo accelera le riflessioni basate sul «pessimismo dell’intelligenza». Riflessioni che faticano sempre di più a ritrovare l’equilibri nell’«ottimismo della volontà». Ma proprio il realismo e la razionalità della prospettiva politica ci impongono di non edulcorare con illusioni la nostra visione del mondo.
Lo diciamo con amarezza ma senza alcun tipo di rassegnazione. Quando cerchiamo di vedere una prospettiva diversa dalla crisi terminale delle democrazie, ci viene il sospetto che forse siamo stati noi a mitizzare eccessivamente le democrazie, anche quando le investivamo di tutto il nostro arsenale critico. Scopriamo che queste sono degli involucri che funzionano solo se tutti coloro che aderiscono al modello, soprattutto i più potenti militarmente, ne rispettano le leggi.
Prendiamo ad esempio il principio di non ingerenza e di autodeterminazione dei popoli contenuto nella Carta delle Nazioni Unite. Esso non ammette che uno o più stati (o complessi industriali) determinino o mutino il corso socio-politico-economico di un altro paese. Purtroppo, come ben sappiamo, ciò è avvenuto in maniera continuativa in molti paesi (europei e non). In grandissima misura anche in Italia. Chi non ha rispettato la carta non è mai stato punito, anche davanti a prove schiaccianti.
Le nostre imperfette, deboli democrazie (facciamo moltissima fatica a credere nella buona fede del progetto fin dai primordi), sono state penetrate selvaggiamente da interessi esterni, svuotate del loro senso originario, al punto tale che, finalmente, oggi un gran numero di europei (poco meno della metà, al momento) si è reso conto di aver solamente vissuto nell’illusione di far parte di realtà democratiche. Ora si rifiuta di prendere parte a elezioni di qualsiasi tipo.
Il percorso che ci ha portato alla rottura dell’ordine post-1991 ha sempre avuto come obiettivo quello di smantellare il processo democratico e di rimpiazzarlo con apparati plutocratici, autoritari e rapaci che funzionano solo con l’adesione incondizionata al modello.
Chi non è d’accordo non solo non ha voce in capitolo ma è rigettato, isolato.

Quali, le alternative? Come tenere fuori dalle nostre istituzioni gli interessi esterni, specie quelli predatori? In Italia abbiamo cambiato in media quasi un governo all’anno dal 1948 perdendo tutti i treni possibili nella direzione di una crescita armonica e dell’autonomia del Paese. In Germania hanno invece avuto più stabilità, sovranità e sviluppo economico. Ma, alla fine, entrambe le nazioni si ritrovano con forze politiche, militari, commerciali e finanziarie completamente “deviate”, a causa della permeabilità del modello, e permeate da valori che in tanti riteniamo totalmente sballati (individualismo tossico, genderfluidismo e pensiero transumanista, estremismo ecologico, ecc.).
A quali modelli dobbiamo guardare per proteggere il nostro lavoro, le nostre società, i nostri cari?
Benché da molti di noi sperato, il mondo multipolare, forse, non ci sarà e, in questa fase, è l’ultimo dei nostri problemi. Se gli USA fanno default, perché i Paesi smetteranno di sostenerne il debito o a causa di un conflitto interno, salta tutto. A meno che non siano i fondi di investimento transnazionali e il complesso militare-industriale a sostenere quel debito. A quel punto “noi del giardino” ci ritroveremmo in una dittatura tout-court, senza più formazioni politiche e sociali a intermediare il consenso.
Eduardo Galeano diceva che l’utopia è come l’orizzonte. Fai un passo e si allontana di un passo. Ne fai dieci e si allontana di dieci. Per quanto io cammini non la raggiungerò mai. Allora a che serve l’utopia? Serve a camminare. Abbiamo vissuto i decenni del dopoguerra nel sogno di poter costruire un sistema democratico compiuto e degno di poter essere definito tale, non ci siamo riusciti benché fino al trattato di Maastricht la nostra Costituzione ci abbia guidato in un percorso di conquiste sociali che andavano nel senso dell’universalità e di una riduzione delle disuguaglianze.
Però le crescenti nubi nere dell’orizzonte non ci spingono a voler dedicare la nostra vita alla ricerca del padrone che potrà essere più buono o almeno un po’ meno cattivo con noi. Per quanto magari si possa rivelare un’utopia irrealizzabile come quella di Galeano, l’unica cosa per cui abbia un senso lottare è la costruzione di un sistema nel quale il potere è diffuso e non concentrato, così come le ricchezze e le opportunità. Non succederà mai? Probabile, ma almeno si può provare a tendere il più possibile in quella direzione. E intanto camminiamo.

You may also like

Democrazia e cavalli di Troia

di Pierluigi Fagan. Juan Carlos de Martin ha scritto un libricino di pronta beva, dal bel titolo stile Sesto Empirico ...

Comments are closed.