Diverse compagnie aeree negli Stati Uniti, come la Delta, l’American e la United ad esempio, da tempo lamentano carenza di personale, in particolare di piloti. Si trovano comunicati ufficiali, alcuni persino di scuse, da parte delle aziende che ormai non possono più sostenere il ritmo di volo cui avevano abituato l’utenza negli anni passato.

Il CEO della Alaskan Airlines, Ben Minicucci,  addirittura ha lasciato un messaggio su YouTube per scusarsi delle difficoltà che le cancellazioni stanno causando all’utenza. Rimpiazzare piloti, come é lecito comprendere, non é così semplice e spesso l’effetto del taglio dei voli si ripercuote sulla programmazione di diversi mesi successivi. Così afferma il manager.

Non si legge di rado che le compagnie stiano tentando di incentivare lo staff facendo cadere dei requisiti prima imprescindibili. La Delta, ad esempio, ha dichiarato che non richiederà più la laurea quadriennale, poiché, come dicono i responsabili

(…)comunque ci sono ottimi candidati che hanno maturato molta più esperienza volando due anni di quanta non ne avrebbero comunque messo insieme a seguito del classico ciclo di istruzione(…)”.

La United e la Republic Airlines invece hanno chiesto alla FAA, l’ente americano preposto alla regolamentazione dei requisiti necessari per il volo, di poter assumere piloti il cui numero di ore di training fosse ridotto da 1500 a 750, con un incredibile taglio del 50% sul monte ore originario.

Alcuni in senato hanno proposto di allontanare l’età pensionabile per i piloti da 65 a 67 anni, per lo meno in maniera temporanea così da rimediare in qualche modo all’emergenza del momento e dare alle aziende il tempo necessario di rimpiazzare coloro che lasciano il lavoro.

Ma quale possono essere le ragioni per le quali si sta verificando questo fenomeno?

A quanto pare non é un singolo fattore ad aver inciso, ma un insieme di elementi che hanno dato origine al problema. Potremmo ipotizzarne almeno quattro diversi, tutti deducibili dai fatti recenti.

Da una parte molti piloti hanno lasciato il lavoro perché avevano raggiunto l’età pensionabile, dall’altra molti erano già stati lasciati a casa durante la fase cruciale della pandemia (le compagnie quindi ripartivano già con uno staff ridotto) e si sono riciclati altrimenti nel mercato del lavoro, vi sono poi coloro che non si sono opposti alla prescrizione vaccinale (che le compagnie almeno inizialmente avevano annunciato) e infine coloro che, seppur in regola con i sieri, hanno subito gravi conseguenze dalla somministrazione degli stessi e quindi non sono risultati più idonei al volo e necessitano adesso di cure appropriate.

Ma c’é anche chi non la vede così e propone una chiave di lettura molto diversa ed estremamente interessante.

L’ALPA, AirLine Pilot Association, il cui summit nazionale si é concluso proprio in questi giorni, ha posto l’accento su un aspetto della questione che forse può aiutare a far luce. Il Presidente Joe DePete ha sottolineato che la situazione in USA é molto chiara “(…) ci sono abbastanza licenze per coprire tutti i voli in programma, abbiamo in media 1,5 piloti per ogni volo, quindi smettiamo di dire che non ci sono abbastanza piloti nel paese(…)”. 

Sembrerebbe quindi evidente che, per lo meno numericamente,  il problema della cancellazione dei voli non dipendesse dalla mancanza di piloti. Anzi, qualcuno si spinge oltre.

Un nutrito numero di persone  sui social sostiene che le compagnie aeree starebbero portando avanti la loro falsa narrativa della carenza di personale per nascondere ben altro. Costoro sospettano che le compagnie non solo avrebbero utilizzato in modo sbagliato i fondi messi a disposizione dal governo per la pandemia attraverso il CARES Act Grant 2020, ma ancora peggio avrebbero utilizzato quei soldi per ripianare almeno parzialmente grossi debiti e difficoltà pregressi e non per sostenere l’azienda nel periodo pandemico.

In parole semplici, secondo questa scioccante ipotesi, le compagnie aeree sosterrebbero che non vi sono piloti solo per nascondere il fatto che non vi sono soldi per pagarli e quindi l’unico modo per rimediare sarebbe tagliare il numero dei voli.

Possibile? Potrebbe, a noi non resta che vedere sulla lunga distanza quanti di quegli aerei fermi riprenderanno il volo nei prossimi mesi. I numeri racconteranno come stanno davvero le cose.

MARTINA GIUNTOLI

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