Incredibile ma assolutamente vero. Le sanzioni alla Russia, e non è la prima volta, passano anche attraverso la cultura.
Di recente su change.org è stata lanciata una petizione da parte di una ventina di associazioni ucraine, come l’associazione cristiana degli ucraini in Italia, l’associazione culturale europea Italia Ucraina Maidan e così via.
La petizione si rivolge al sindaco di Milano e alla Fondazione del Teatro alla Scala affinché enti e istituzioni, si legge, non supportino la propaganda putiniana.
Ma in che modo starebbero operando costoro, per essere accusati di promuovere la propaganda del Cremlino?
Semplicemente facendo il loro lavoro, ovvero mettendo in scena e patrocinando opere di compositori russi, interpretate da attori e ballerini russi.
Il Teatro alla Scala di Milano, pertanto, secondo i richiedenti, non dovrebbe più interessarsi della qualità degli spettacoli, dei professionisti, bensì della loro nazionalità.
La petizione afferma infatti che una delle principali armi che la Russia starebbe utilizzando in questa guerra è proprio la strumentalizzazione della propria cultura e della propria arte.
Queste sarebbero veri e propri mezzi atti a diffondere in Occidente l’ideologia del Mondo Russo, colonizzandolo con i propri ideali.
Più nello specifico, si legge, le manifestazioni culturali in questione non farebbero altro che promuovere l’idea che la Russia stia portando la pace attraverso la guerra, -si parla infatti di pace russa-.
Ma non solo.
Le opere e gli attori russi farebbero parte di un disegno politico più ampio volto a sostenere l’idea del moderno imperialismo del Cremlino.
In buona sostanza, secondo la petizione, chi permette all’arte russa di esprimersi e diffondersi starebbe direttamente o indirettamente sostenendo il mondo russo in ogni sua declinazione, anche politica.
La nemmeno troppo velata indicazione fornita a enti e istituzioni milanesi si allarga poi a tutto l’Occidente nel suo complesso.
I firmatari infatti auspicano che tutti i Paesi si affrettino a comportarsi nello stesso modo.
Ogni teatro dovrebbe boicottare spettacoli e concerti che in qualche maniera siano collegati alla cultura russa, o addirittura impedire che vengano organizzati.
Secondo la petizione, quest’azione congiunta e solidale avrebbe come fine e risultato quello di portare solidarietà e supporto nei confronti dell’Ucraina.
Ma è davvero così?
A parte il pericoloso clima di odio che viene creato e scaricato su cittadini russi che nulla hanno a che vedere con la guerra o con la politica in generale, davvero si pensa che questa “sanzione culturale” serva per gli scopi in nome dei quali viene proposta?
L’impressione è semmai che proprio coloro che attaccano la presunta propaganda russa facciano la vera propaganda, confondendo politica e arte.
La petizione continua affermando che il Teatro alla Scala da sempre rappresenta uno dei luoghi culturali più importanti del mondo.
Questo darebbe alla programmazione dell’ente un significato politico, una vera e propria presa di posizione nei confronti degli eventi internazionali.
Il solo fatto di continuare a ospitare artisti russi e di suonare musica russa, in buona sostanza, equivarrebbe a rendere il Teatro a La Scala e conseguentemente Milano (e l’Italia) putiniani.
Sono gli stessi firmatari a motivare con un azzardato paragone le ragioni del boicottaggio.
Essi riconoscono che cittadini, opere e artisti russi non c’entrano nulla.
Anzi, riconoscono che impedire la riproduzione di opere russe o fare in modo che artisti russi non si esibiscano di fatto è una discriminazione.
Non è possibile, e sono sempre gli stessi che lo riconoscono, discriminare soggetti sulla base di lingua o cultura diverse, a maggior ragione quando a farlo sono enti che dovrebbero invece promuovere iniziative di segno opposto.
Ma c’è un ma.
Questa discriminazione, se fatta per rispettare la popolazione ucraina, diviene accettabile e accettata dalla comunità internazionale.
Anche Wagner non c’entrava nulla con i nazisti, eppure la sua musica non si è suonata per anni in Israele per rispetto alle vittime dell’Olocausto.
Uomini, donne e bambini venivano mandati a morire nelle camere a gas con la musica di Wagner in sottofondo, questa la tesi dei firmatari.
Il dolore degli ucraini impone uno stop a tutto ciò che ricorda la Russia, anche le opere d’arte. E quando ne usciremo?
Beh, sono sempre loro a dirlo: dopo l’inevitabile vittoria dell’Ucraina e dopo che la Russia sarà cresciuta e divenuta più matura.
Perché ad oggi Putin è ai loro occhi solo un bambino capriccioso che non è rimasto al suo posto, e questo è il conto che la Nato gli rimette.
MARTINA GIUNTOLI

















