Ormai nel 2022, i repubblicani non guardano solo alle elezioni di medio termine di quest’anno, ma alla prospettiva che Donald Trump si ricandidi nel 2024. Trump è estremamente popolare tra la base del partito e quella popolarità impedisce letteralmente  i piani di altri possibili candidati per la nomina ufficiale alle presidenziali del 2024. La presa di Trump su quella nomina è fragile, tuttavia, a causa della sua età. Il giorno delle elezioni del 2024 Donald Trump compirà 78 anni. E questo lo renderà un anno più vecchio di Ronald Reagan quando lasciò l’incarico nel 1988.

Guardando alle elezioni del 2024 dalla parte opposta però, non c’è motivo di aspettarsi che Joe Biden ottenga la nomination. È in carica da meno di un anno e solo i democratici irriducibili credono che non soffra di deficit mentali invalidanti. L’unica domanda da porsi è quale avversario straniero approfitterà della sua debolezza: Cina, Russia o Iran. Quindi lo scenario più probabile è che Biden si dimetta nel 2022 o all’inizio del 2023.

Trump potrebbe essere popolare ora, ma una volta che gli elettori sono rimasti scioccati dal disastro di un presidente settantenne come Biden, perché dovrebbero rischiare su  Donald Trump di 78 anni che se vincesse starebbe in carica fino all’età di 82 anni? È una pessima scommessa, soprattutto quando ci sono repubblicani più giovani e capaci a disposizione. Ron DeSantis è in cima alla lista dei candidati forti per la presidenza, ma entro il 2023 dovremmo avere altri governatori e diversi senatori desiderosi di raggiungere quella stessa nomina.

Credo che quanto sopra dimostri con forza che non sarebbe saggio per Donald Trump candidarsi alla presidenza nel 2024. Ciò pone la grande domanda: come convincere Trump a svolgere il ruolo di “re Mida” alla fine del 2022 e fare un passo indietro rispetto alla propria candidatura?

Mi vengono in mente due argomenti, uno che ha un tema biblico e uno basato sul film intitolato Patton.

Nel Deuteronomio è stato scritto che quando il popolo ebraico era sul punto di entrare nella Terra Promessa (Israele), a Mosè fu permesso di vederlo solo dal monte Nebo e morì prima che il suo popolo vi entrasse. Come mai? Un’interpretazione è che Dio lo stesse punendo per aver peccato di orgoglio visto che si prese il merito di aver trovato l’acqua per il suo popolo quando ne aveva un disperato bisogno mentre vagava nel deserto.

Il paragone con Mosè sarebbe istruttivo per Trump, se si rendesse conto che lui non è sempre al centro dell’attenzione. Il suo egocentrismo non dovrebbe impedirgli di vedere le questioni più grandi che riguardano la sua ascesa e la caduta politica. La vittoria politica di Trump nel 2016 e la sconfitta nel 2020 giustificano una visione tragica della storia, del tipo “Non puoi sempre ottenere quello che vuoi” per prendere in prestito la frase di una canzone. I suoi quattro anni da Presidente sono stati straordinari. Ha ottenuto così tanto da poter giustamente affermare di aver mantenuto le sue promesse elettorali, a differenza dei presidenti precedenti. Trump ha parlato di deregolamentazione, tasse, politiche economiche, relazioni con gli alleati americani e molto altro ancora.

Immagina la sua frustrazione quando ha preso 8 milioni di voti in più a quanti ne aveva presi nel 2016 per perdere nei cinque swing states, tutti secondo procedure di conteggio sospette. Le elezioni del 2020 sono state “truccate” con successo come documenta molto bene Mollie Hemingway nel suo libro dove spiegava mirabilmente perché la campagna di Trump fosse un passo indietro rispetto ai Democratici quando questi hanno riscritto le leggi elettorali con allusioni e azioni normative al limite della legalità mesi prima delle elezioni. Il problema si è aggravato quando i tribunali di tutto il paese, persino la Corte Suprema degli Stati Uniti, si sono rifiutati di ascoltare le contestazioni delle modifiche incostituzionali sia prima che dopo le elezioni, e hanno preferito non tenere udienze per tutti i testimoni che potevano invece raccontare le irregolarità nel dettaglio.

Donald Trump ha mostrato la strada che il Partito Repubblicano avrebbe dovuto percorrere per porre fine alla trappola tesa da parte di elitari aziendali e addetti ai lavori di Washington. Le sue politiche di America First sono minacciose per il loro potere come lo era il reaganismo nel 1980, se non addirittura di più. La maggioranza del Partito Repubblicano per i prossimi decenni potrebbe essere costruita su una base di elettori operai e di elettori ispanici e neri, se la fazione anti-Trump del partito dovesse essere messa da parte.

In altre parole, il trumpismo potrebbe essere qualcosa di più grande di Donald Trump se solo lui lo permettesse. Il governatore Ron DeSantis in Florida, il membro del Congresso Jim Jordan in Ohio e altri sono pronti a guidare il partito nella Terra Promessa vincendo le elezioni con la stessa frequenza dell’età dell’oro dal 1868 al 1916, quando Grover Cleveland fu l’unico democratico a vincere la presidenza.

Se l’analogia con Mosè non è sufficiente per convincere Donald Trump a sostenere altri candidati per portare avanti la sua eredità, potrebbe trovare interessante invece un confronto con il generale George S. Patton. All’inizio del film Patton un collaboratore smorsò l’euforia del grande generale per la vittoria sull’Afrika Korps tedesco quando gli disse che  Erwin Rommel era temporaneamente in Germania e non in Nord Africa. Egli, per attenuare il colpo ricevuto  dall’ego di Patton, gli disse che era stato Patton stesso ad aver sconfitto il piano di guerra di Rommel e quindi che aveva dimostrato di essere uno stratega superiore.

L’inverso di ciò potrebbe accadere nel 2024, se Donald Trump aprisse la strada al “trumpismo” per prevalere sui suoi nemici sia all’interno del Partito Repubblicano che tra i socialisti di sinistra momentaneamente al  controllo del Partito Democratico. Il suo tipo di populismo patriottico potrebbe essere ciò che fa la differenza nel riportare l’America su rispetto alle politiche distruttive anti-libertà e persino antiamericane dei Democratici.

Trump nel 2016-20 ha avuto l’abrasività che ci si aspetterebbe da un uomo del Queens della classe operaia che ha superato gli snob di Manhattan per diventare un marchio nello sviluppo immobiliare a New York City. Un perfetto  candidato repubblicano di successo nel 2024 sarebbe qualcuno che porta lo stendardo di Trump senza i suoi fastidiosi tweet.

La più grande eredità di Donald Trump sarebbe quella di trasformare la sostanza della politica del Partito Repubblicano in modo così efficace da diventare una maggioranza permanente e produttiva per diversi decenni. Tutto quello che lui deve fare è sacrificare parte del suo ego per una causa più grande, mentre rivendica il merito di aver mostrato la strada verso una nuova terra promessa, o come disse Ronald Reagan,  di un’America riportata al suo posto di “splendente città sulla collina” . Potrebbe essere il presidente per un mandato più trasformativo nella storia americana. Dipende tutto da lui.

Di Patrick Gibbs, traduzione di Martina Giuntoli

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