Ci sarebbe stato molto, troppo da scrivere nelle ultime settimane qua da Trieste, il cuore della protesta, la città sulla bocca dei manifestanti e sui titoli dei giornali in tutto il mondo.
E invece mi sono chiusa in un attonito, ostinato silenzio stampa.

Mi perdonerà il lettore se non mantengo lo stile impersonale che ho adottato negli altri pezzi che ho firmato per questo blog. Lo choc è stato forte, ed è stato uno choc prolungato, come un capitolo troppo lungo in un romanzo o in un film distopico: lungo non tanto da diventare noioso, e abbastanza da diventare angosciante. Ma non è un libro, non è un film. Non si può sbirciare fra le ultime pagine per allentare la tensione, guardare se i protagonisti sono ancora là e se il mondo alla fine della storia s’è salvato.

Silenzio stampa, dicevo. Prima del 18 ottobre stavo pensando a diversi di articoli che poi non ho scritto. L’intelligenza artificiale a Singapore, coi robot che controllano la distanza sociale; una rilettura di alcuni film di Charlie Chaplin, non solo del Grande Dittatore, no, ma di Tempi Moderni, soprattutto, perché gli algoritmi e le macchine sono stupidi, e noi siamo sempre più nelle loro mani artificiali; due righe su quel libricino di Marc Augé di qualche anno fa, Le tre parole che cambiarono il mondo, che racconta il repentino avvento della pace laddove, trionfando il razionalismo (infuso con una misteriosa sostanza), muore la spiritualità, e non posso immaginare una pace peggiore. Ma non ho scritto nulla di tutto questo; forse prossimamente, chissà.

Niente articoli, niente post sui social, niente partecipazione agli innumerevoli gruppi WhatsApp.
C’era così tanto da scrivere e da raccontare che non ho potuto raccontare niente. L’indifferenza, più della violenza di quella mattina al porto, mi ha lasciata senza parole. I commenti nei bar e sui social, tutti i vari “hanno fatto bene”, mi hanno lasciata senza parole. E se hanno lasciato senza parole me, che le parole le amo così tanto, be’, è perché l’amarezza è stata – ed è – tanta.

Trieste, cuore della protesta e ora cuore, cerchio più interno del bersaglio su cui si abbattono i dardi della strumentalizzazione. L’aumento dei contagi, “per colpa dei cortei”. E ora le dichiarazioni del sindaco, l’auspicio di “leggi speciali, come per le BR”, per “quattro deficienti”. La petizione “a favore della scienza”, firmata dalla borghesia triestina, come se chi manifesta fosse contrario alla scienza e non desiderasse, al contrario, un dibattito scientifico serio e onesto. Il fastidio esternato dai benpensanti nei confronti dei cortei, che “tolgono decoro” a Trieste e alle sue belle piazze, come se non fosse l’istituzionalizzazione della discriminazione a togliere decoro, dignità, valore alla vita umana stessa.

Trieste piagata, che però alza la testa, si stringe ugualmente, si riprende. Trieste a cui viene negato il diritto a manifestare, ma solo a una certa Trieste, chissà, lo vedremo. E quella certa Trieste non si è lasciata intimidire, e in tutte le piazze d’Italia ci sono folle che non si sono lasciate impaurire, né dalle vessazioni e dalla violenza, né dalla cattiva reputazione che ci si guadagna agli occhi dell’Italia bene, quella che promuove e segue le logiche governative, quella che trabocca di quel senso civico che poi nelle giornate di vento vediamo ammassato, sotto forma di cumuli di mascherine, agli angoli delle strade e in mare.

Silenzio stampa perché non c’era spazio di discussione e di confronto, e se mi fossi espressa avrei probabilmente dovuto assistere impotente allo spettacolo delle mie parole che, senza il necessario spazio vitale, avrebbero finito per soffocare e strozzarsi. Non è che non avessi voglia di scrivere, io ho sempre voglia di scrivere. Anzi, mi sarei lanciata sulla tastiera, con la veemenza del toro sanguinante nell’arena, guidato dalla furia cieca delle sue ferite, dello smarrimento, dell’incertezza su cosa accadrà di qui a pochi mesi, forse addirittura pochi giorni.

Avevo voglia di scrivere. Ciò di cui non avevo voglia era discutere, espormi a possibili commenti privi di spessore logico; non avevo voglia di restare ancora una volta allibita di fronte a contestazioni da parte di vecchi amici e vecchi colleghi per la cui intelligenza ho sempre avuto stima e che adesso sembrano sordi a logica, etica, principi. Perché questo è ciò che mi fa soffrire più della violenza a cui abbiamo assistito. Più dei carnefici che vessano un innocente mi spaventano gli astanti che si stringono nelle spalle; più del giudice corrotto trovo mostruosa la gente accalcata a guardare con curiosità morbosa l’emissione di un’ingiusta sentenza di colpevolezza, e che prova un sottile e sadico piacere nel pensare “per fortuna non tocca a me”.

Non avrei retto una sola parola di troppo e non provo imbarazzo a confessare questa debolezza e questa stanchezza. Come dicevo, lo choc è stato forte. Chiusa nel mio silenzio, mi sono stretta alla piazza, alle persone con cui sto condividendo questo dolore e questo amore di giustizia – per il ludibrio dei benpensanti che hanno il permesso di essere liberi a tempo determinato -, questa pacifica resistenza, il reciproco sostegno.

Mi hanno scritto dei vecchi amici da fuori città, in queste settimane di silenzio stampa, per sincerarsi del mio stato di salute. Quei vecchi amici che guardano Lilli Gruber, Bruno Vespa e credono ai giornali più venduti (cit.). Non mi sentivano da un po’ e, dopo aver letto “impennata di contagi fra i no green pass”, pensavano fossi ammalata. Ebbene sì. Forse speravano che fossi una di quei casi esemplari, senza nome, che vengono sbattuti in prima pagina con un titolo che recita più o meno “no vax in ospedale, dice al medico di essere pentito”, e si auguravano che rinsavissi da questa fastidiosa follia che mi ha colta assieme allo stato d’emergenza.
Né ammalata, né pentita.
Amareggiata, questo sì.

Il pensiero ricorrente, quello che mi tormenta, è il modo in cui tutti gli eventi dell’emergenza – i lockdown, le divisioni, gli amici che abbiamo perso e quelli che abbiamo trovato, le terapie negate, De Donno, le spalle al muro, i ricatti, le giornate di Trieste, le famiglie spaccate, le bugie, le contraddizioni e le ritrattazioni, le notti di agitazione, gli insulti che ci siamo presi per strada e gli amici che abbiamo difeso, i posti di lavoro persi, i giardinetti vuoti e i bambini in punizione senza aver fatto nulla di male, tutti questi eventi – saranno narrati nei libri di storia fra cinquanta o cent’anni. Un paragrafo; forse quattro o cinque righe nei Bignami – credo che quelli sopravviveranno al moderno falò delle vanità che è la cancel culture. Questo è il pensiero che mi toglie la pace: gli anni della nostra vita saranno un paragrafo. Fuori da quel misero paragrafo che tutti noi diventeremo per i bravi studenti ordinati e diligenti dei prossimi secoli, chi lascerà testimonianza di quello che stiamo vivendo, se ci tolgono la voce, se basta un titolo sui giornali perché gli amici e la famiglia mettano in discussione il racconto di ciò che tu hai visto coi tuoi occhi?
Forse il silenzio stampa è stato una pessima idea.

da Trieste, MARIANGELA MICELI

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